Antiche certezze e nuovi rimedi: dal latitante fiscale, all’evasore camuffato da elusore

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Sommerso da record, pochi controlli e forte sperequazione fra la contribuzione di lavoratori e pensionati rispetto a quella di autonomi e imprese. Nel contesto italiano l’evasione fiscale si sta affermando come fenomeno di massa, ma le strategie di contrasto messe in atto finora, spesso deboli o inefficaci, pongono seri dubbi sulla effettiva volontà di perseguire l’equità fiscale. Non di rado una vasta schiera di politici ha annunciato azioni concrete per la lotta all’evasione, salvo poi fare retromarcia e varare scudi o sanatorie: se ne contano oltre ottanta dall’Unità d’Italia ad oggi. Dai rapporti della Banca d’Italia emerge che l’economia non osservata è pari al 27,4% del Pil, mentre le attività sommerse si attestano al 16,5%, di cui il 10,9% è riferito alle attività criminali. Emblematici i dati relativi all’infedeltà fiscale: tra il 2007 e il 2012 l’importo medio di imposte evase ammonta a 91 miliardi di euro, un tesoro cui contribuiscono per 44 miliardi le imposte dirette e, primato internazionale, l’Iva per quaranta. Ciononostante, i controlli risultano gravemente insufficienti: la percentuale di accertamenti scende dal 94%, nel caso di aziende di grandi dimensioni, al 3% nel caso di autonomi e piccole imprese. In pratica un controllo ogni trentatré anni. Se a ciò si aggiunge che, in termini di contribuzione Irpef, il 79% del gettito totale deriva da adempimenti di lavoratori dipendenti e pensionati, appare netta la sperequazione fra questi ultimi e le attività economiche indipendenti: mentre i primi hanno poche possibilità di aggirare il fisco, le seconde possono autodeterminare liberamente la propria condotta fiscale. Uno scenario “desolante” secondo la Corte dei Conti, cui la delega avrebbe dovuto porvi rimedio attraverso un’organica revisione del sistema fiscale. I decreti attuativi presentati dal governo lo scorso 24 dicembre, però, non sembrano segnare una netta discontinuità col passato. Non sono affrontate alcune problematiche fondamentali, come la riconducibilità dell’inesistenza giuridica alla nozione di “operazioni inesistenti” o l’esatta definizione di “fittizietà” degli elementi passivi, né si chiarisce la rilevanza penale della condotta elusiva. Quanto all’impianto sanzionatorio, il Governo conferma la strategia incoerente e ondivaga degli ultimi anni, relegando la repressione penale al ruolo di mero simulacro.

La relazione di Fabio di Vizio.