Arrestati 16 giudici tributari nel napoletano, aggiustavano processi a favore evasori

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Decine di contenziosi tributari sarebbero stati oggetto di episodi di corruzione per essere risolti in maniera favorevole ai ricorrenti, spesso in odore di camorra. Sessanta in tutto gli indagati.

Ci sono anche 16 giudici tributari, otto tra funzionari e impiegati presso Commissioni tributarie, un noto avvocato, che è anche docente universitario, e un commercialista tra le persone che la guardia di Finanza ha arrestato nel napoletano, nell’ambito di un blitz anticamorra. A loro si aggiungono altri dieci funzionari pubblici: sono sessanta in tutto gli indagati. Per tre dei giudici tributari coinvolti nell’inchiesta, la magistratura di Napoli ha disposto la detenzione in carcere, per gli altri gli arresti domiciliari. Inquirenti e finanzieri hanno accertato nel corso delle indagini che decine di contenziosi tributari sarebbero stati oggetto di episodi di corruzione e che in tal modo si sarebbero risolti in maniera favorevole ai ricorrenti, spesso in odore di camorra, con grave danno per le casse dello Stato. I giudici tributari coinvolti, oltre ad essere anche consulenti di aziende più o meno compromesse, scambiavano favori con i colleghi componenti delle commissioni: io aiuto il tuo cliente che fa ricorso contro gli accertamenti della Finanza, tu aiuti il mio. Un vero e proprio «mercato delle sentenze». Un «segnale grave», ha commentato il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri.

L’inchiesta. L’inchiesta è incentrata soprattutto sull’attività della holding Ragosta: una azienda partita dal nulla che nel corso degli anni ha esteso i suoi affari dalla siderurgia ad altri settori, come quello alberghiero-immobiliare, rilevando aziende come la Acciaierie Sud e il biscottificio Lazzaroni. Per gli inquirenti le fortune del gruppo hanno una sola spiegazione: riciclaggio di denaro di provenienza illegale. Gli investigatori ritengono infatti che i Ragosta reimpiegassero, attraverso versamenti in contanti su conti esteri, il denaro del clan Fabbrocino.Tra i giudici tributari arrestati c’è Anna Maria D’Ambrosio, considerata l’ideatrice del sistema do ut des. Consulente della famiglia Ragosta, ritenuta prestanome del clan Fabbrocino, la D’Ambrosio, secondo il giudice per le indagini preliminari, ha tessuto una rete che attraverso uno scambio reciproco di favori, segnalazioni ed aggiustamenti di sentenze e di pilotaggio delle assegnazioni a giudici relatori compiacenti e disponibili a barattare l’esito dei ricorsi tributari in cambio di merce dello stesso tipo, sentenze spesso addirittura falsificate e scritte dallo stessa parte privata ricorrente, hanno per lungo tempo e con assoluta costanza turbato l’esercizio della giustizia tributaria. Il risultato è stato «l’indecoroso spettacolo di un vero e proprio mercato delle sentenze», come ha scritto il gip.

Gli arresti. Sono state eseguite complessivamente 22 ordinanze di custodia in carcere, 25 ai domiciliari e 13 divieti di dimora a Napoli. Ordinanze di custodia in carcere sono state emesse, tra gli altri, nei confronti dell’imprenditore Fedele Ragosta e e di Franco Ambrosio, già detenuto, ritenuto un esponente apicale della cosca. Tra gli arrestati figura anche un noto professore universitario: l’avvocato Enrico Potito, docente di Diritto tributario alla Federico II. È accusato di aver scritto, per conto di privati, sentenze sui ricorsi che poi i giudici tributari firmavano. Dalle carte dell’inchiesta è anche emerso che uno dei giudici tributari, Corrado Rossi, aveva raccomandato il padre dello scrittore Roberto Saviano. «La corruzione è un fenomeno più diffuso di quanto si immagini». E per fronteggiarla occorre «mettere la giustizia in grado di funzionare» investendo in risorse e adeguando gli organici, in primo luogo quello del personale amministrativo, ha sottolineato Alessandro Pennasilico, procuratore reggente di Napoli.

Sequestrati beni. Un miliardo è il valore dei beni sequestrati dai finanzieri di Napoli. Sigilli a un importante albergo a Taormina, due hotel a Vietri sul Mare, nel salernitano, un palazzo a Roma. Oggetto di sequestro sono attività finanziarie, quote societarie, conti correnti, terreni, fabbricati e auto. Al centro dell’inchiesta c’è infatti il gruppo Ragosta, holding con fatturato da 200 milioni di euro che fa capo a Fedele Ragosta e che è organizzato in quattro divisioni autonome: Ragosta Steel, Ragosta Real Estate, Ragosta Hotel e Ragosta Food.

La difesa dei Ragosta. Le accuse vengono respinte con fermezza dai Ragosta. «La procura non può accusare il gruppo Ragosta di essersi arricchito con l’evasione tributaria e, contestualmente, di non riuscire a giustificare la provenienza della sua ricchezza», ha detto l’avvocato Mario Papa, difensore dell’imprenditore Fedele Ragosta.