Indagine Icrict: Stop a elusione fiscale delle multinazionali digitali, depreda anche i paesi sottosviluppati

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Di Luciano Cerasa

Gli economisti anglosassoni lo chiamano “transfer pricing system”, letteralmente “sistema di prezzi di trasferimento” e serve ad accantonare molti profitti esentasse, se sei una multinazionale. E’ il metodo, del tutto legale, con cui i giganti mondiali del commercio digitale riescono a sottrarre al fisco ingenti quantità di ricavi spostandoli nei paradisi fiscali. Le multinazionali fissano prezzi delle transazioni tra le loro filiali notevolmente diversi da quelli che applicherebbero a soggetti terzi, per garantirsi che i ricavi siano tassati in paesi in cui le aliquote fiscali sono inferiori e non dove la loro attività economica e la creazione di valore avvengono realmente. In questo modo concentrano enormi capitali in una manciata di paesi off-shore grazie a una potente industria di intermediari: banche, consulenti e legali, aggirando normative antidumping e sul segreto bancario. L’ultimo rapporto dell’Icrict, la Commissione indipendente per la riforma della tassazione internazionale delle grandi corporation, cita alcuni esempi di elusione fiscale su piano planetario. Facebook ha pagato solo 7,4 milioni di sterline di imposte societarie nel Regno Unito nel 2017, nonostante ricavi per 1,3 miliardi nel paese e profitti prima delle tasse del 50%. Anche Amazon regola i debiti con il fisco con qualche spicciolo: nel 2016 ha pagato solo 16,5 milioni di euro di tasse sui ricavi europei per 21,6 miliardi di euro, attraverso il Lussemburgo. Google ha trasferito 19,9 miliardi di euro tramite una società di copertura olandese alle Bermuda nel 2017, come parte di un accordo che le consente di ridurre la sua tassa sulle imposte estere, come risulta lla Camera di commercio olandese. Vodafone, la prima grande multinazionale a pubblicare volontariamente i dati paese per paese dei suoi rendiconti finanziari per il 2016/2017, mostra che quasi il 40% dei suoi profitti sono assegnati a paradisi fiscali, con 1,4 miliardi di euro dichiarati in Lussemburgo, dove la società fornisce servizi e finanziamenti all’interno del gruppo ed è soggetta ad un’aliquota fiscale pari allo 0,3%. Dal 2015, spiegano ancora all’Icrict, si è registrato un notevole aumento delle società che utilizzano l’Irlanda come una giurisdizione no-tax o a bassa tassazione per la proprietà intellettuale (IP) e il reddito derivante da essa, attraverso un aumento quasi del 1000% tra il 2014 e il 2017.
Nel 2012 il G20 ha invitato l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) a riformare il sistema internazionale di tassazione delle società attraverso l’iniziativa Base Erosion and Profit Shifting (Beps). Un pacchetto di riforme è stato presentato nel 2015 ed è stato aperto solo in seguito ai paesi non appartenenti al G20, comprese le economie in via di sviluppo. Beps ha portato a soluzioni utili ma non è riuscito a risolvere il problema principale: le società hanno ancora il permesso di spostare i loro profitti ovunque vogliono. Il processo Beps è stato elaborato dai paesi sviluppati per i paesi sviluppati. Tra tre giorni, il 23 gennaio a Parigi, l’Ocse presenterà ai paesi in via di sviluppo i preamboli di quello che sarà il piano “Beps 2.0”, guardando alle sfide poste dalla digitalizzazione dell’economia. Secondo una ricerca pubblicata nel 2018 da Oxfam, quattro società farmaceutiche – Abbott, Johnson & Johnson, Merck & Co (Msd) e Pfizer – priverebbero i paesi in via di sviluppo di oltre 100 milioni di dollari ogni anno attraverso tecniche di elusione fiscale. L’appuntamento di Parigi sarà un’opportunità per chiedere all’Ocse di allontanarsi dal sistema dei prezzi di trasferimento. La mancanza di consenso finora su come tassare le multinazionali digitali ha portato numerosi paesi ad attuare (India, Italia, Spagna e Francia) o promettere di attuare (Regno Unito) sistemi impositivi su base unilaterale. Gli economisti della Commissione proporranno ai governi che le multinazionali siano tassate come imprese singole che operano attraverso i confini internazionali, in base a fattori oggettivi quali vendite, occupazione, risorse (e anche numero di utenti digitali) dell’azienda in ciascun paese, piuttosto che dove colloca le sue diverse funzioni. “La lotta all’evasione e l’elusione fiscale sono particolarmente importanti per i paesi in via di sviluppo – ci dice il Nobel Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University e commissario Icrict – ma il grande problema è chi è responsabile del processo di ripensamento della struttura fiscale globale? Ci sono stati vari tentativi di dire che dovrebbero essere le Nazioni Unite piuttosto che l’Ocse, purtroppo hanno messo la volpe a capo del pollaio “.

I RISULTATI DELL’INCONTRO NEL COMUNICATO ICRICT

Il risultato dell’incontro del 23 gennaio è una nota politica di 3 pagine che dice, su queste proposte:
“Il quadro inclusivo riconosce che le implicazioni di queste proposte possono raggiungere aspetti fondamentali dell’attuale architettura fiscale internazionale. Alcune delle proposte richiederebbero di riconsiderare le attuali regole dei prezzi di trasferimento in quanto riguardano rendimenti non ordinari, e altre proposte comporterebbero modifiche potenzialmente al di là dei ritorni non di routine. In tutti i casi, queste proposte porterebbero a soluzioni che vanno oltre il principio di libera concorrenza “.
Questa nota mostra chiaramente che l’OCSE è finalmente pronta a intraprendere riforme reali che l’ICRICT ha costantemente sostenuto per:

Ø Una mossa al di là del principio di libera concorrenza, il principio alla base dell’attuale architettura fiscale internazionale. Questo era un tabù fino ad ora.

Ø Una ridistribuzione dei diritti di tassazione ai paesi di mercato che assicurano che tutti ottengano la loro giusta quota di profitti delle multinazionali.

Ø Un passo verso un sistema più equilibrato e semplificato di allocazione delle entrate e delle tasse delle multinazionali, che è la giusta direzione verso la ripartizione auspicata da ICRICT.

Ø Una tassa globale minima, che dovrebbe garantire una tassazione minima effettiva ovunque.

Ø I paesi in via di sviluppo hanno finalmente avuto voce e hanno presentato la loro proposta, che è stata incorporata nel testo finale dell’OCSE.

E’ finalmente emersa una opportunità per ridisegnare le norme fiscali internazionali e renderle idonee per il 21° secolo.

Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University e commissario ICRICT, ha dichiarato:

“È tempo che i paesi concordino una tassa minima globale efficace: indipendentemente da dove si produca, qualunque cosa si faccia, si paga il 15-20% dei profitti globali in tasse. Ciò fermerebbe la corsa verso il basso “.

José Antonio Ocampo, presidente di ICRICT, ha dichiarato:

“Riteniamo che il processo BEPS abbia raggiunto ciò che è stato possibile, data la forza politica delle grandi corporazioni e l’esercito di avvocati e contabili che hanno interesse a mantenere lo status quo. È tempo di ripudiare i prezzi di trasferimento e procedere verso un sistema più giusto ed efficace “.

Wayne Swan, ex tesoriere e vice primo ministro australiano e membro dell’ICRICT, ha dichiarato:

“Poiché l’economia digitale sta rapidamente diventando l’economia stessa, qualsiasi soluzione dovrebbe essere completa e fornire un’architettura fiscale internazionale sostenibile adatta per il 21 ° secolo. Significa una ridiscussione dei diritti di tassazione per garantire una distribuzione più equa delle entrate fiscali rispetto all’attuale sistema, che ha privato di entrate critiche sia dei paesi sviluppati che di quelli in via di sviluppo “.

Magdalena Sepúlveda è membro di ICRICT, ex relatore speciale delle Nazioni Unite su estrema povertà e diritti umani, ha dichiarato:

“Quando le multinazionali non pagano le tasse che devono, ciò significa che gli Stati hanno meno risorse da investire nei servizi pubblici, come l’istruzione, l’assistenza sanitaria, i servizi per l’infanzia, l’accesso a sistemi di giustizia efficienti e l’accesso all’acqua potabile pubblica e ai sistemi igienico-sanitari. Questa dinamica esacerba l’uguaglianza di genere, perché le donne sono sovrarappresentate tra i poveri e tra il gruppo demografico con lavori precari o poco retribuiti”.