Mazzette in cambio di sentenze, la giustizia tributaria trema

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Si espandono a macchia d’olio le inchieste delle procure di Roma, Milano e Catania. Per gli investigatori, le presunte tangenti intascate dai giudici tributari per aggiustare le sentenze non rappresentano un caso isolato.

Avvocati, consulenti e commercialisti. Ma soprattutto finanzieri, ex dipendenti dell’Agenzia delle entrate e giudici tributari. Veri e propri ecosistemi criminali che, da nord a sud, aggiustavano sentenze tributarie in cambio di mazzette. Casi isolati, sacche di corruzione slegate fra loro. Per ora. Perché le inchieste avviate dalle procure di Milano, Roma e Catania si stanno allargando a macchia d’olio e potrebbero presto portare alla luce un sistema opaco e inquinato. I fascicoli aperti, intanto, bastano da soli a gettare ombre sinistre su una giustizia tributaria che affida a geometri, ragionieri, pensionati e commercialisti il compito di decidere ogni anno le sorti di quasi 600mila controversie, per un valore di circa 50 miliardi di euro.

La cricca «inquietante». Sentenze favorevoli comprate a suon di mazzette, dunque. L’ultimo caso in ordine di tempo è nel Lazio, dove un blitz della Guardia di Finanza disposto dalla procura di Roma ha portato all’arresto di tredici persone, di cui tre ai domiciliari, e all’iscrizione di altre nove nel registro degli indagati. Tra i soggetti coinvolti figurano quattro commercialisti, un finanziere, un ex dipendente dell’Agenzia delle entrate (Daniele Campanile) e tre giudici onorari tributari: Luigi de Gregori – che secondo gli investigatori era alla testa della “cricca” assieme a Campanile e ai commercialisti Rossella Paoletti e Salvatore Buellis-, Salvatore Castello e Onofrio Donghia Di Paola. Tra gli indagati – riporta Repubblica- anche nomi più o meno famosi come quello dell’attore Massimo Giuliani, che avrebbe pagato una tangente da 65mila euro per uscire sano e salvo da una controversia da 3 milioni di euro. Ma di storie come questa potrebbero presto uscirne a decine, visto che l’inchiesta è ancora agli inizi. Lo lascia intendere il gip Simonetta D’Alessandro, che nell’ordinanza parla di «un sistema illecito ben collaudato» nel quale gli associati mostrano una disinvoltura tale da escludere «ogni episodicità nei comportamenti». «Inquietante» è anzi «il numero dei componenti della commissione tributaria che di volta in volta potrebbero essere coinvolti», conclude il gip.

Tangenti e “soggetti erogatori”. Ma è l’inchiesta di Milano quella che sta avendo gli sviluppi più clamorosi, almeno finora. Nella giornata di lunedì, i pm Eugenio Fusco e Laura Pedio hanno ottenuto l’arresto di altri quattro giudici onorari delle commissioni tributarie della Lombardia. Ma non saranno gli ultimi a finire in manette. Ad agevolare e non poco le indagini, c’è la “contabilità nera” rinvenuta presso lo studio di Luigi Vassallo. Avvocato cassazionista, professore a contratto a Pavia e perfino consulente del Governo “in materia di conflitto di interessi” fino al 31 dicembre scorso, Vassallo è un personaggio molto conosciuto e apprezzato. Tanto da presiedere per quattro anni l’Associazione magistrati tributari della Lombardia e covare l’ambizione di diventare giudice onorario in Cassazione. Ma nel frattempo la professione di avvocato non la esercita quasi più. Da almeno tre anni, racconterà la sua storica segretaria ai pm, il suo ‘core business’ è aggiustare i processi, più che seguirli. A metà dicembre i militari della Guardia di Finanza, fingendosi avvocati di una multinazionale alla quale aveva chiesto una tangente da 30mila euro per sistemare una causa, lo colgono in flagranza di reato con una bustarella da 5mila euro in tasca. Nel suo studio, riporta La Repubblica, i finanzieri trovano prove pesanti. Tra cui 300mila euro in contanti nascosti nella cassetta di sicurezza, nient’altro che «regali di mio fratello residente a Panama che, per affetto e gratitudine me li ha donati in contanti», la spiegazione di Vassallo ritenuta «inverosimile» dai magistrati. Non solo. Tra le carte, le Fiamme Gialle rinvengono una vera e propria contabilità parallela, con tanto di importi delle mazzette e i relativi “soggetti erogatori”, e addirittura la copia di una sentenza già preconfezionata e favorevole all’imprenditore Invernizzi.

Come ti piego la giustizia. Non solo Roma e Milano. Anche a Catania si lavora su un’inchiesta, “Tax free”, destinata ad allargarsi. Al centro dell’indagine Filippo Impallomeni, 71 anni, presidente dell’ottava sezione della commissione tributaria provinciale di Catania. E a seguire Giuseppe Virlinzi, imprenditore catanese nonché fratello del cavaliere del lavoro Ennio Virlinzi. Ai due, finiti in manette, la procura contesta il reato di corruzione in atti giudiziari. Secondo gli investigatori Impallomeni avrebbe emesso una sentenza favorevole alla Virauto di Virlinzi ricevendo in cambio automobili in comodato d’uso gratuito.