“Pressione fiscale non più tollerabile, cambiare strategia”, la Corte lancia l’allarme

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Per i magistrati contabili le riforme strutturali, anche se impopolari, sono indifferibili: basta ricorrere al gettito per coprire i deficit di bilancio, necessaria una redistribuzione del carico fiscale. E sulla spending review meglio non farsi illusioni.  

“Difficilmente il sistema economico potrebbe sopportare ulteriori aumenti di tasse”, ma allo stesso tempo anche “la prospettiva di una pressione fiscale che resti sull’attuale elevato livello appare difficilmente tollerabile”. Il rilancio dell’economia passa, in gran parte, da qui: a dirlo è Enrica Laterza, presidente delle Sezioni riunite della Corte dei Conti in sede di controllo, intervenuta durante la relazione annuale sul rendiconto generale dello Stato. Sulla scia di quanto scritto nel rapporto sul “coordinamento della finanza pubblica” presentato in Senato poco più di due settimane fa, i magistrati contabili tornano a sollecitare il governo affinché realizzi in tempi brevi interventi “volti a restituire capacità di spesa a famiglie e imprese”, in modo da rilanciare la domanda aggregata e ricreare “quell’ambiente macroeconomico espansivo che è indispensabile per un effettivo allentamento della pressione fiscale”. In questo senso il bonus erogato alle famiglie e la contestuale riduzione dell’Irap vanno nella direzione auspicata, ma non possono bastare. Sul lato delle tasse c’è bisogno di un intervento massiccio, a patto che sia sostenibile. Tradotto: bisogna trovare le risorse per ridurre in modo strutturale e significativo il carico fiscale.

Si fa presto a dire tagli. Ed è qui che sorgono i problemi, perché, sottolinea Laterza, i margini per tagliare la spesa corrente “sono meno ampi di quanto la percezione comune ritiene”. Inutile quindi farsi troppe illusioni sulla spending review, visto che, per quanto si possa intervenire sulle componenti “flessibili” (redditi da lavoro e consumi intermedi), la dinamica delle prestazioni sociali è ancora piuttosto rigida. E continuerà ad esserlo, se si considerano le criticità latenti del paese: dalla ridotta natalità al progressivo innalzamento dell’età media della popolazione, fino alla sempre più marcata erosione del livello di occupazione. Un combinato disposto che, avverte Laterza, “non può essere affrontato con i mezzi tradizionali delle politiche di bilancio” ma anzi “richiederebbe una revisione coraggiosa dei confini dell’intervento pubblico”. Che in termini ancora più chiari, significa “riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici”, ancorandole “a una maggiore partecipazione dei cittadini alla copertura dei costi di alcuni servizi che richiederà, in primo luogo, una contestuale, rigorosa, articolazione tariffaria”.

Affamati di gettito. Sta di fatto che la proposta della Corte dei conti di ridurre il perimetro dello Stato non ha trovato sponde nei governi che si sono succeduti negli ultimi anni. I quali, anzi, hanno coperto i deficit a colpi di avanzi primari, sempre indesiderabili in contesti recessivi. A dimostrarlo sono i dati del quinquennio 2009-2014: il minore indebitamento (-34 miliardi) è frutto esclusivo dell’aumento del gettito (+55 miliardi), che peraltro è servito per sterilizzare sia l’aumento della spesa primaria (+16 miliardi) che la spesa per interessi sul debito (6 miliardi). Per far quadrare i conti ci si è affidati quasi esclusivamente alla leva delle entrate, come certificano i numeri: tra il 2008 e il 2014 sono state adottate oltre 700 misure fiscali (tra aggravi e sgravi) per un valore complessivo di oltre 520 miliardi. Una politica fiscale isterica e persino miope, perché “l’affannosa ricerca” di gettito- così la definisce Laterzi- ha oscurato pure l’obiettivo, da tempo prefissato, di redistribuire il carico fiscale nell’ottica di un fisco più equo. Da qui la presa d’atto della Corte, che ormai considera ineludibile un cambio di strategia. Non solo perché il livello di pressione fiscale non è più sostenibile, ma anche perché senza interventi strutturali e profondi sarà arduo garantire la sostenibilità della finanza pubblica nel lungo periodo, che richiede saggi di crescita del pil e della produttività all’1,5% e un tasso di disoccupazione al 7 per cento.