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lunedì 13 Aprile 2026
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Amazon e il fisco: la società Usa avrebbe fatto pressioni per norme su misura

Di Alessandro Galimberti

Il deposito degli atti dell’inchiesta sulla (presunta) evasione Iva per 1,2 miliardi commessa da Amazon – discovery coincisa con la richiesta di rinvio a giudizio per quattro dirigenti della multinazionale basata a Seattle – spiega nel dettaglio perché la Procura di Milano (pm Elio Ramondini) si era dissociata a dicembre dall’accordo stragiudiziale tra l’agenzia delle Entrate e la società di Jeff Bezos. I 527 milioni versati per chiudere le pendenze fiscali sul vecchio regime Iva delle vendite a distanza, a giudizio della Procura, sono fondati su una fotografia della realtà diversa da quella che emerge dall’indagine della Guardia di finanza.

La posizione della Procura

«Sia prima che successivamente al varo del decreto Crescita (aprile 2019, ndr), Amazon ha avuto fattive interlocuzioni con l’agenzia delle Entrate e anche con altri interlocutori istituzionali non tanto finalizzate a chiarire i (propri) dubbi interpretativi e applicativi della norma, ma piuttosto a cercare di ottenere un quadro» legislativo, si legge nella richiesta di processo per Amazon Eu sarl, «che – attesi il proprio business e la propria logistica operati attraverso sistemi di machine learning e algoritmi di logistica predittiva sistematicamente indifferenti all’adempimento degli obblighi fiscali e doganali – potesse essere in qualche modo gestibile» bypassando il fisco.

La Procura delle Repubblica contesta ad Amazon la dichiarazione fraduolenta (articolo 3 del Dlgs 74/2000) per non aver dichiarato l’Iva sulle «vendite a distanza» di milioni di prodotti provenienti in gran parte dalla Cina e recapitati a consumatori italiani. La piattaforma non avrebbe fatto quello che l’articolo 13 del Dl 34/2019 Crescita, rimasto in vigore fino al 2021 (e poi superato da regole Ue), le imponeva di fare, e cioè notificare all’Agenzia i dati dei fornitori a pena di diventare debitore di imposta. Amazon Eu sarl avrebbe quindi omesso di trasmettere o trasmesso in modo incompleto al Fisco italiano i dati di 31.611 imprese fornitrici-venditrici nel 2019, 43.713 nel 2020 e 36.970 nel 2021.

Sul punto, l’accordo di fine 2025 tra l’agenzia delle Entrate e Amazon aveva trovato un bilanciamento convenzionale fondato sui tempi di permanenza dei beni cinesi nei depositi italiani prima dell’ordinativo sulla piattaforma (dieci giorni, che avrebbero manlevato Amazon dai doveri di comunicazione).

La reazione di Amazon

La posizione di Amazon: «Come già dichiarato in precedenza – pur essendo in disaccordo con le premesse dell’indagine – a dicembre 2025 abbiamo raggiunto un accordo con l’agenzia delle Entrate e rimaniamo concentrati nell’offrire un’esperienza di acquisto eccellente ai nostri clienti in Italia. L’accordo riflette il nostro impegno a collaborare in modo costruttivo con le autorità italiane. Ci difenderemo con determinazione rispetto al procedimento penale, che riteniamo infondato».

La Repubblica

Alessandro Galimberti

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