Di Vincenzo Busa
All’ottava edizione del Premio LEF hanno partecipato 26 tesi di laurea discusse presso università di tutta Italia: 12 provenienti da atenei del Nord, 9 del Centro e 5 del Sud. La commissione incaricata della selezione era composta da Vincenzo Busa (coordinatore), Maria Grazia Di Filippo, Massimo Orsi e Pasquale Fabbrocini, sotto la supervisione del prof. Giuseppe Tinelli, anch’egli componente della commissione.
Rispetto alle precedenti edizioni, la qualità media degli elaborati è risultata sensibilmente più elevata. Ciò ha reso particolarmente impegnativo il lavoro della commissione, chiamata a escludere numerose tesi comunque valide e meritevoli di apprezzamento.
Sono state ammesse ex aequo alla premiazione le seguenti tesi:
- “La fiscalità delle locazioni brevi: criticità e lotta contro l’evasione”, di Candida Ascione – Università Suor Orsola Benincasa di Napoli – relatrice professoressa Maria Pia Nastri;
- “Il concordato preventivo biennale in un contesto di riforma fiscale”, di Francesca Campardi – Università Ca’ Foscari di Venezia – relatore professor Antonio Viotto;
- “Premialità e diritto penale economico: il caso del sistema penal-tributario”, di Andrea Ghirardini – Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – relatore professor Francesco D’Alessandro.
Pur muovendo da prospettive differenti, le tre tesi si distinguono per la capacità di andare oltre la mera ricognizione delle discipline esaminate. In ciascun elaborato prevale infatti l’analisi critica degli istituti giuridici, accompagnata dalla formulazione di proposte volte a migliorarne il funzionamento, in piena coerenza con la missione della nostra Associazione, orientata alla promozione della legalità e dell’equità fiscale.
I temi affrontati sono di grande attualità e interesse, pur essendo ancora relativamente poco esplorati dalla dottrina.
La tesi di Candida Ascione analizza il fenomeno delle locazioni brevi, che nella maggior parte dei Paesi europei a forte vocazione turistica ha profondamente trasformato il mercato immobiliare.
Dall’analisi comparata delle soluzioni adottate nel Regno Unito, in Francia, Spagna e Grecia emerge come sia stata soprattutto la Spagna ad affrontare il fenomeno con maggiore organicità e determinazione, introducendo contestualmente obblighi dichiarativi e una progressiva riduzione delle licenze rilasciate agli host. Sulla scorta di tale esperienza, l’autrice auspica l’adozione di strumenti idonei a garantire una gestione più equilibrata e sostenibile del settore, coniugando efficacia dei controlli fiscali e rispetto della normativa.
Sotto il profilo tributario, Ascione valuta favorevolmente l’introduzione, anche in Italia, di obblighi dichiarativi a carico degli host e delle piattaforme digitali. Ritiene inoltre che una più equa fiscalità immobiliare potrebbe essere favorita dalla perequazione delle rendite catastali, oggi spesso disallineate sia rispetto ai valori di mercato sia rispetto a immobili analoghi.
Interessante è anche la proposta di consentire la deduzione dei costi di gestione sostenuti dagli host. Se da un lato tale soluzione comporterebbe un incremento degli adempimenti, dall’altro permetterebbe di rappresentare con maggiore trasparenza la reale capacità contributiva del settore, limitando comportamenti elusivi e irregolari. Una simile impostazione, tuttavia, richiederebbe una profonda revisione dell’attuale regime della cedolare secca.
L’attenzione dell’autrice si concentra poi sulla necessità di contrastare pratiche incompatibili con il principio di neutralità dell’IVA. In particolare, viene evidenziata la frammentazione normativa derivante dall’autonomia regionale nella qualificazione turistica delle locazioni, elemento determinante ai fini dell’assoggettamento a IVA dei canoni, in alternativa al regime di esenzione. Sono inoltre richiamate alcune prassi adottate dalle piattaforme digitali, già oggetto in parte di accertamenti, tra cui quella di Booking, che ha impropriamente applicato il meccanismo del reverse charge, omettendo di assoggettare a imposta le prestazioni rese nei confronti di host privi di partita IVA.
La tesi si conclude con l’auspicio che la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea pervenga a soluzioni stabili ed equilibrate, capaci di contemperare il principio della libera prestazione dei servizi con le esigenze di controllo fiscale degli Stati membri.
La tesi di Francesca Campardi, dedicata al concordato preventivo biennale, offre interessanti spunti di riflessione soprattutto con riguardo al rapporto tra Amministrazione finanziaria e contribuente.
L’autrice si interroga sull’opportunità di riproporre il CPB sulla scia di analoghi istituti ipotizzati nei primi anni Duemila, in un contesto caratterizzato dal fallimento degli studi di settore e dalla crescente consapevolezza che la determinazione del reddito di piccoli e medi imprenditori e professionisti non possa prescindere da un confronto preventivo con il contribuente.
Secondo Campardi, tuttavia, l’attuale disciplina si discosta dalle indicazioni contenute nella legge delega n. 111 del 2023, che prospettava un modello ispirato ai principi della cooperative compliance, fondato sul dialogo e sulla collaborazione. Nella concreta applicazione del concordato, invece, il contribuente assume un ruolo pressoché passivo, essendo chiamato semplicemente ad accettare o rifiutare una proposta elaborata da un algoritmo dell’Amministrazione, senza alcuna possibilità di incidere sul suo contenuto.
L’autrice evidenzia inoltre un possibile profilo di illegittimità costituzionale, nella misura in cui il concordato, incidendo sulla fase fisiologica della determinazione dell’obbligazione tributaria e non su quella del controllo, finisce per commisurare la capacità contributiva a redditi non effettivi, secondo una logica che presenta significative affinità con gli istituti di condono.
Da tali considerazioni deriva una valutazione piuttosto prudente circa le concrete possibilità di successo dell’istituto.
Le conclusioni della tesi, pur argomentate con rigore, potrebbero essere in parte rivalutate alla luce dei dati che emergeranno dalle dichiarazioni relative all’anno d’imposta 2024, non ancora disponibili. Sarà infatti possibile confrontare le imposte effettivamente versate nell’ambito del concordato con quelle che sarebbero risultate applicando il regime ordinario, essendo entrambe le informazioni ricavabili dalle dichiarazioni fiscali.
Di grande interesse è infine la tesi di Andrea Ghirardini, dedicata agli istituti premiali del diritto penale tributario nella prospettiva della giustizia riparativa.
L’autore evidenzia il rischio che la finalità di recupero del gettito fiscale, alla base dei meccanismi premiali, possa compromettere la funzione propria della sanzione penale. Il pagamento del debito tributario nel corso del procedimento potrebbe infatti attenuare o neutralizzare la risposta penale, trasformando la sanzione in un mero strumento economico e indebolendo il valore di disapprovazione sociale che caratterizza il precetto penale.
Secondo Ghirardini, gli istituti premiali dovrebbero invece evolversi verso autentici programmi di giustizia riparativa, capaci di favorire una più profonda consapevolezza del dovere di contribuire alla spesa pubblica e della responsabilità del singolo nei confronti della collettività.
La tesi auspica, pertanto, un recupero di efficienza e coerenza del sistema. Se la finalità principale della disciplina penale tributaria è il recupero dei crediti erariali, appare infatti discutibile la criminalizzazione di condotte quali l’omesso versamento di tributi o l’indebita compensazione di crediti, per le quali la risposta amministrativa potrebbe risultare più adeguata ed efficace.
La conclusione dell’autore valorizza il ruolo dell’Amministrazione finanziaria, ritenuta maggiormente idonea non solo a recuperare il gettito, ma anche a promuovere un rapporto più maturo e responsabile tra i cittadini e il dovere costituzionale di concorrere alle spese pubbliche.












