Carburanti: rendiamo trasparente il gettito e permanente lo “sconto” finanziato dall’aumento dei prezzi

Dopo mesi di interventi, decreti e proroghe, sarebbe forse più trasparente passare dalla logica dello “sconto” annunciato di volta in volta a quella di un meccanismo stabile e verificabile: quando il rincaro del petrolio produce un extragettito fiscale, una quota predeterminata viene automaticamente restituita ai consumatori

L’aumento dei prezzi dei carburanti provocato dalle tensioni internazionali ha riportato al centro del dibattito il tema delle accise e, più in generale, della componente fiscale che grava su benzina e gasolio. Il Governo è intervenuto più volte riducendo temporaneamente le aliquote, con l’obiettivo dichiarato di attenuare almeno in parte l’impatto dei rincari sui consumatori e sulle imprese.

È una misura certamente utile per chi deve fare rifornimento. Ma il modo in cui viene presentata rischia talvolta di lasciare in secondo piano un aspetto essenziale: una parte almeno di queste riduzioni non rappresenta propriamente una spesa dello Stato finanziata con risorse prelevate altrove, bensì la restituzione ai contribuenti di una quota del maggiore gettito fiscale che lo stesso aumento dei prezzi ha prodotto.

Conviene partire dai meccanismi, evitando ogni semplificazione.

Accisa e IVA non sono la stessa cosa

Sul prezzo dei carburanti gravano essenzialmente due forme di imposizione indiretta: l’accisa e l’IVA.

L’accisa è un’imposta specifica, determinata in relazione alla quantità di prodotto immessa in consumo. Per questa ragione, a parità di aliquota e di litri consumati, un aumento del prezzo industriale della benzina o del gasolio non determina di per sé un aumento del gettito dell’accisa.

Diverso è il funzionamento dell’IVA. Essa è applicata in percentuale sul valore del prodotto e la sua base imponibile comprende anche l’accisa. Quando aumenta il prezzo del carburante al netto delle imposte, aumenta pertanto anche, a parità delle altre condizioni, l’importo dell’IVA pagata dal consumatore.

Un semplice esempio consente di comprendere il fenomeno. Se la componente imponibile del prezzo aumenta di 20 centesimi al litro, un’IVA al 22 per cento determina, in prima approssimazione, circa 4,4 centesimi di maggiore imposta per litro. Non perché sia stata aumentata l’aliquota fiscale, ma semplicemente perché l’aliquota esistente viene applicata a un valore più elevato.

Moltiplicato per miliardi di litri di carburante consumati, questo effetto può produrre maggiori entrate significative per l’erario.

Il principio delle “accise mobili”

Il legislatore italiano conosce da tempo questo fenomeno. La legge finanziaria per il 2008 ha infatti introdotto un meccanismo che consente di ridurre le aliquote di accisa sui prodotti energetici allo scopo di compensare le maggiori entrate IVA derivanti dalle variazioni del prezzo internazionale del petrolio greggio.

Non siamo quindi di fronte soltanto a un ragionamento economico. Il collegamento fra aumento del prezzo del petrolio, maggiore gettito IVA e possibile riduzione delle accise è espressamente contemplato dall’ordinamento.

Ed è particolarmente significativo quanto avvenuto nell’agosto 2026.

Nel decreto ministeriale adottato il 24 agosto si afferma esplicitamente che la riduzione dell’accisa sul gasolio per il 25 e 26 agosto è disposta «al fine di compensare le maggiori entrate dell’imposta sul valore aggiunto rispetto all’ultima previsione» derivanti dall’aumento del prezzo internazionale del petrolio greggio.

Per finanziare quei due giorni di riduzione sono stati utilizzati 20,8 milioni di euro di maggior gettito IVA conseguito nel mese di luglio.

Il punto merita attenzione.

Chi finanzia realmente lo sconto?

Quando lo Stato incassa una maggiore IVA perché il prezzo del carburante è salito e successivamente utilizza quel maggior gettito per ridurre l’accisa, lo “sconto” riconosciuto agli automobilisti ha una natura particolare.

Non è, almeno per la parte così finanziata, un beneficio che nasce da un sacrificio fiscale strutturale sostenuto dallo Stato. È piuttosto una parziale retrocessione al consumatore di risorse che il rincaro stesso aveva fatto affluire alle casse pubbliche.

Naturalmente, dal punto di vista della contabilità pubblica, entrate e minori entrate devono essere correttamente registrate e temporalmente imputate. Ed è altrettanto evidente che il gettito fiscale dipende anche dall’andamento dei consumi: se il prezzo aumenta molto, la quantità di carburante acquistata può diminuire, riducendo almeno in parte l’effetto positivo sulle entrate.

Per questa ragione sarebbe improprio sostenere che ogni aumento del prezzo si traduca automaticamente e nella stessa proporzione in un aumento netto delle entrate dello Stato.

Ma sarebbe altrettanto improprio ignorare il fenomeno opposto.

Quando il prezzo industriale cresce e i consumi non diminuiscono in misura sufficiente a compensarlo, il gettito IVA aumenta. E quando quello stesso extragettito viene successivamente utilizzato per finanziare la riduzione dell’accisa, il contribuente sta ricevendo indietro almeno una parte di ciò che il rincaro gli aveva fatto versare in più.

Il tempo non modifica la sostanza economica

Si può obiettare che il maggiore gettito viene accertato in un determinato mese mentre la riduzione dell’accisa interviene successivamente. È vero, ed è inevitabile che la gestione delle entrate pubbliche richieda tempi di rilevazione e procedure amministrative.

Ma, se l’analisi viene condotta sull’intero esercizio finanziario, lo sfasamento temporale non modifica la natura economica dell’operazione.

Ciò che dovrebbe interessare è il saldo complessivo: quanto maggiore gettito fiscale ha prodotto l’aumento dei prezzi dei carburanti e quanta parte di quel maggior gettito è stata restituita ai consumatori attraverso la riduzione delle accise o mediante altre misure?

È questa la grandezza che consentirebbe una valutazione trasparente.

Se, per ipotesi, l’aumento dei prezzi producesse nell’arco dell’anno un miliardo di maggiori entrate IVA e le riduzioni delle accise finanziate direttamente o indirettamente da quel fenomeno ammontassero a 600 milioni, il beneficio netto per l’erario resterebbe pari a 400 milioni. Se invece le riduzioni assorbissero integralmente l’extragettito, l’operazione potrebbe essere descritta correttamente come fiscalmente neutrale rispetto al rincaro.

Senza conoscere entrambi i numeri, parlare semplicemente di “sconto” racconta soltanto metà della storia.

Le diverse coperture adottate nel 2026

Occorre, per correttezza, aggiungere che non tutte le riduzioni delle accise adottate nel corso del 2026 sono state formalmente finanziate con il maggior gettito IVA.

Il Governo è intervenuto attraverso strumenti e coperture differenti. Il decreto-legge del 5 agosto, ad esempio, ha prorogato la riduzione dell’accisa sul gasolio dal 7 al 24 agosto, quantificando in 190,2 milioni di euro gli oneri della misura. Successivamente è stato attivato il meccanismo delle accise mobili per il 25 e 26 agosto, utilizzando il maggior gettito IVA. Infine, il decreto-legge approvato il 26 agosto ha ulteriormente prorogato la riduzione dal 27 agosto al 5 settembre, ricorrendo a una diversa copertura finanziaria.

Questa distinzione è importante, perché impedisce di sostenere che ogni euro di riduzione dell’accisa sia contabilmente finanziato dall’extragettito IVA.

Ma non elimina la questione economica generale.

Il bilancio dello Stato è unitario. Se nello stesso esercizio il rincaro dei carburanti produce maggiori entrate fiscali e lo Stato sostiene contemporaneamente minori entrate per ridurre temporaneamente le accise, il confronto tra le due grandezze rimane perfettamente legittimo. Anzi, sarebbe auspicabile che fosse reso sistematicamente disponibile.

La domanda che manca nel dibattito

Il punto, dunque, non dovrebbe essere contestare l’utilità della riduzione delle accise. Al contrario: in una fase di forte incremento dei prezzi energetici, ridurre la pressione fiscale sui carburanti può essere una scelta ragionevole, soprattutto per attenuare gli effetti sui redditi familiari, sui trasporti e sui costi di produzione.

La domanda è un’altra.

Se l’aumento dei prezzi genera automaticamente, entro certi limiti, un incremento del gettito IVA, perché la restituzione di questo extragettito deve essere episodica, differita nel tempo e affidata a interventi di durata molto breve?

E soprattutto: perché non rendere pubblico, con la stessa evidenza con cui vengono annunciati gli “sconti”, il saldo fiscale complessivo prodotto dal caro carburanti?

Sarebbe sufficiente pubblicare periodicamente quattro dati: il gettito IVA sui carburanti previsto a prezzi normali, quello effettivamente incassato, il maggior gettito attribuibile all’aumento dei prezzi e l’ammontare complessivo delle riduzioni fiscali riconosciute ai consumatori.

A quel punto ogni cittadino potrebbe giudicare sulla base dei numeri.

Una questione di trasparenza, prima ancora che di politica fiscale

È probabilmente questo l’aspetto che suscita maggiore perplessità.

In presenza di uno shock internazionale, il rincaro del petrolio costituisce certamente un costo per l’economia italiana e non può essere imputato al Governo. Sarebbe semplicistico farlo. Ma è altrettanto vero che il sistema fiscale fa sì che una parte dell’aumento del prezzo finale si traduca, attraverso l’IVA, in maggiori entrate pubbliche.

Quando successivamente una parte di quelle entrate viene utilizzata per ridurre temporaneamente le accise, è corretto riconoscere l’intervento, ma sarebbe altrettanto corretto spiegare da dove provengono le risorse.

Non si tratta di sostenere che lo Stato “guadagni” sempre e comunque dall’aumento del petrolio. I consumi possono diminuire, altri settori dell’economia possono produrre minori entrate, la spesa pubblica può aumentare e gli effetti macroeconomici complessivi possono essere negativi.

Si tratta di una questione molto più circoscritta: capire quale sia, all’interno del comparto dei carburanti, il saldo fra il maggior gettito generato dai prezzi più elevati e il costo fiscale delle misure adottate per attenuarne gli effetti.

Ed è proprio la sobrietà di questa domanda a renderla difficilmente eludibile.

In tempi eccezionali è comprensibile ricorrere a misure temporanee. Ma dopo mesi di interventi, decreti e proroghe, sarebbe forse più trasparente passare dalla logica dello “sconto” annunciato di volta in volta a quella di un meccanismo stabile e verificabile: quando il rincaro del petrolio produce un extragettito fiscale, una quota predeterminata di quell’extragettito viene automaticamente restituita ai consumatori.

Sarebbe meno spettacolare. Ma probabilmente più comprensibile, più prevedibile e più coerente con il principio per il quale una crisi internazionale non dovrebbe trasformarsi, neppure incidentalmente, in un aumento non dichiarato della pressione fiscale.

Dello stesso autore

RISPONDI

Please enter your comment!
Please enter your name here

Altro in Normativa

Rubriche