di Carlo Palumbo
Nel dibattito contemporaneo sulla fiscalità, pochi temi risultano tanto divisivi quanto quello della tassazione dei grandi patrimoni. Il volume “Tassare i milionari” di Riccardo Staglianò si inserisce con decisione in questo spazio, proponendo una riflessione che, pur con un taglio divulgativo, si rivolge anche agli esperti del diritto tributario e della politica fiscale.
L’assunto di fondo è noto ma qui sviluppato con sistematicità: la crescente concentrazione della ricchezza rappresenta non solo una distorsione economica, ma un fattore di rischio per la stabilità democratica e per l’equità dei sistemi fiscali. Staglianò si colloca nel solco della letteratura inaugurata da Thomas Piketty e sviluppata da Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, secondo cui le dinamiche del capitalismo contemporaneo tendono strutturalmente ad ampliare le disuguaglianze in assenza di correttivi redistributivi robusti.
Il contributo più interessante del volume non risiede tanto nell’originalità teorica, quanto nella ricostruzione – efficace e ben documentata – dei meccanismi attraverso cui i sistemi fiscali attuali finiscono per essere de facto regressivi. L’autore insiste su un punto cruciale: l’aliquota legale non coincide con l’aliquota effettiva. Attraverso strumenti di pianificazione fiscale aggressiva, arbitraggio normativo e sfruttamento delle asimmetrie internazionali, i grandi patrimoni riescono frequentemente a collocarsi in una posizione di vantaggio rispetto ai redditi da lavoro e alle piccole e medie imprese.
In questo quadro, la difesa del sistema fiscale progressivo non è presentata come un’opzione ideologica, ma come una necessità funzionale. La progressività, nella prospettiva delineata, non è soltanto un principio costituzionale, ma uno strumento essenziale per preservare la coesione sociale e garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche in contesti di crescente polarizzazione dei redditi.
Un elemento di particolare rilievo, sviluppato nel secondo capitolo del volume, riguarda l’analisi comparata delle imposte patrimoniali in alcuni ordinamenti europei. Qui il lavoro di Staglianò assume un particolare interesse poiché sposta il discorso dal piano teorico a quello empirico.
In Spagna, ad esempio, l’imposta sul patrimonio – pur con ampie differenze regionali – continua a rappresentare un laboratorio fiscale attivo, in cui si sperimentano soglie di esenzione elevate e meccanismi di coordinamento con l’imposta sul reddito. In Svizzera, il prelievo patrimoniale è stabilmente integrato nel sistema fiscale cantonale, con aliquote relativamente moderate ma base imponibile ampia, offrendo un caso emblematico di accettazione sociale e stabilità nel tempo.
Diverso è il percorso di Francia e Germania. La Francia ha storicamente adottato forme di imposizione patrimoniale (dall’ISF all’attuale imposta sugli immobili di lusso), salvo poi ridimensionarne la portata per timori legati alla mobilità dei capitali. La Germania, pur avendo previsto una patrimoniale, ne ha sospeso l’applicazione a seguito di rilievi costituzionali, lasciando aperto un dibattito che ciclicamente riemerge. La Norvegia, infine, rappresenta un caso contemporaneo di patrimoniale operativa, spesso citato per la sua capacità di generare gettito senza effetti macroeconomici destabilizzanti, pur in presenza di critiche legate alla delocalizzazione di contribuenti ad alta ricchezza.
Questa ricognizione comparata consente all’autore di sostenere una tesi precisa: la patrimoniale non è un’astrazione teorica, ma uno strumento già sperimentato, con esiti differenziati che dipendono più dal disegno istituzionale che dalla sua natura intrinseca.
Il capitolo si apre poi a una dimensione globale, analizzando alcune delle principali proposte avanzate in sedi internazionali. Tra queste, assume rilievo il dibattito sviluppatosi in occasione del G20 di Rio de Janeiro, dove è stata discussa – per la prima volta in modo strutturato – l’ipotesi di una tassazione coordinata dei grandi patrimoni a livello globale. Pur trattandosi di un cantiere ancora aperto, il solo fatto che tale tema sia entrato nell’agenda dei principali attori economici mondiali segnala un mutamento significativo del paradigma fiscale internazionale.
Accanto a questa iniziativa, Staglianò richiama le proposte elaborate da Oxfam, che da anni sostiene l’introduzione di imposte progressive sui grandi patrimoni come strumento di contrasto alle disuguaglianze globali. Le simulazioni dell’organizzazione indicano che anche aliquote modeste, applicate alle fasce più elevate di ricchezza, potrebbero generare risorse significative per il finanziamento di beni pubblici essenziali.
Particolarmente rilevante è infine la proposta di Gabriel Zucman di una minimum tax globale sui miliardari. L’idea – tecnicamente ambiziosa – mira a garantire che gli individui più ricchi paghino un’aliquota minima effettiva sul proprio patrimonio, indipendentemente dalla giurisdizione fiscale di riferimento. In questo senso, la proposta si pone in continuità con gli sviluppi recenti in materia di tassazione delle multinazionali, suggerendo un possibile trasferimento di logiche e strumenti dal piano societario a quello personale.
L’integrazione di queste esperienze e proposte rafforza l’impianto complessivo del libro: la tassazione dei grandi patrimoni non è più un tema confinato al dibattito accademico o politico nazionale, ma una questione strutturale della governance economica globale.
Il messaggio è chiaro. La fiscalità del futuro sarà sempre più chiamata a confrontarsi con basi imponibili mobili, ricchezze difficilmente localizzabili e una crescente domanda di equità percepita. In questo contesto, strumenti come la patrimoniale – se adeguatamente progettati e coordinati – potrebbero tornare a occupare un ruolo centrale.
Pur consapevole delle complessità applicative e dei rischi di distorsione, Staglianò invita implicitamente a riconsiderare alcuni assunti consolidati della fiscalità contemporanea. Il merito del volume sta proprio qui: nel riportare al centro del dibattito tecnico-professionale una domanda che è al tempo stesso economica, giuridica e politica.
In un’epoca in cui la legittimazione dei sistemi fiscali passa sempre più attraverso la percezione di equità, ignorare il tema della tassazione dei grandi patrimoni potrebbe non essere più un’opzione sostenibile.














