Autonomia dirigenziale a rischio, stipendi giù e spostamenti senza motivazione

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 Nella manovra ennesima norma che consente di rimuovere dirigenti che non hanno demeritato senza alcuna garanzia procedurale. Continua l’asservimento della Pa al ceto politico e alle sue degenerazioni.

Autonomia dirigenziale sempre più a rischio nella Pubblica amministrazione. Grazie ad una norma inserita nella manovra 2010 sarà possibile destinare il dirigente in scadenza ad altro incarico di valore economico inferiore. La novità, passata quasi inosservata, è contenuta nell’articolo 9, comma 32, del decreto-legge 31 maggio 2010, recentemente approvato in prima lettura dal Senato ed ora all’esame della Camera (atto Camera 3638). Il rischio concreto è quello di un ulteriore depauperamento della classe dirigente della Pa. Dopo il massiccio esodo determinato dalla norma Brunetta sulla pensionabilità con 40 anni di anzianità contributiva con l’ulteriore stretta chi ha i requisiti sceglierà la pensione di anzianità. Per contro nei giovani si rafforzerà la convinzione che l’unica strada per emergere è la partecipazione a cordate con annesso padrinaggio politico.

 

La norma stabilisce che “…le pubbliche amministrazioni … che, alla scadenza di un incarico di livello dirigenziale, anche in dipendenza dei processi di riorganizzazione, non intendono, anche in assenza di una valutazione negativa, confermare l’incarico conferito al dirigente, conferiscono al medesimo un altro incarico, anche di valore economico inferiore”. Con la stessa norma viene abrogato l’art. 19, comma 1-ter secondo periodo del d. lgs 165/200. Inoltre viene stabilito che “non si applicano eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli al dirigente” al quale va comunque mantenuto lo stesso livello formale dell’incarico (prima o seconda fascia). La norma abroga espressamente l’art. 19-ter, secondo periodo, del decreto legislativo 165 del 2001, recentemente modificato dall’art. 40, comma 1, lett. b), del decreto legislativo n. 150 del 2009 (c.d. decreto Brunetta), che a garanzia dei diritti del dirigente, prevedeva nel caso di non conferma dell’incarico  una idonea e motivata comunicazione da parte dell’amministrazione con obbligo di prospettare i posti disponibili per il nuovo incarico.

Secondo quanto si legge nella relazione tecnica, la nuova norma sarebbe giustificata dalla necessità di superare, anche in coerenza con quanto auspicato dalla Corte dei conti, l’art. 62 del contratto collettivo di lavoro dei dirigenti che prevede che i dirigenti non confermati senza demerito sono destinatari di “un altro incarico di pari valore economico” ovvero di una retribuzione di posizione il cui valore economico sia non inferiore del 10 per cento rispetto a quella corrisposta relativamente al precedente incarico. In sostanza, per effetto della nuova disposizione, il dirigente può, alla scadenza dell’incarico, essere destinato ad altro incarico, che comporti una retribuzione anche notevolmente inferiore, senza avere demeritato, senza alcuna motivazione e senza alcuna garanzia procedurale. Ciò, probabilmente, è in linea con i tempi che viviamo, nei quali i ritardi culturali e organizzativi del Paese e dello stesso sistema economico e produttivo, vengono quasi sempre addebitati alla burocrazia pubblica, senza considerare che essa è spesso la parte più debole del sistema clientelare, consociativo e corporativo sul quale sempre di più sembra reggersi l’Italia. In questo contesto colpire i dirigenti pubblici, casta privilegiata e inefficiente, è perfettamente coerente con il pensiero dominante.

Resta il fatto che con questa norma si completa il processo di asservimento della pubblica amministrazione al ceto politico e alle sue, purtroppo frequenti, degenerazioni. Se un tempo si era soliti ripetere la frase “i ministri passano e i direttori generali restano” per alludere alla eccessiva permanenza degli stessi dirigenti in ruoli amministrativi di vertice, oggi, dopo l’avvento sempre più ampio, anche se spesso dissimulato, dello spoils system (il metodo delle spoglie, lugubre espressione che bene rende l’idea di una pubblica amministrazione concepita come bottino di guerra) e dopo norme come quella appena introdotta, la situazione è tutt’altro che migliorata. Lo stesso aggravarsi dei fenomeni corruttivi nella pubblica amministrazione è da mettere in relazione al venir meno di ogni separazione tra indirizzo politico e gestione amministrativa. Troppo spesso le fortune professionali di un dirigente dipendono ora dalle sue capacità di assecondare le sollecitazioni di un ceto politico disinvolto e spregiudicato, piuttosto che dalla sua schiena dritta e dalla sua etica. Con il comma 32 dell’art. 9 il vero messaggio che viene inviato alla dirigenza pubblica è il seguente: “Cari dirigenti, sappiate che da oggi se il vostro capo, e gli esponenti politici ai quali egli fa riferimento, non sono soddisfatti del vostro operato, essi, senza spiegazione alcuna, potranno annientarvi professionalmente ed economicamente”.

E’ evidente l’intento di disporre di una dirigenza compiacente e prona al potere del capo, piuttosto che garante della legalità e della buona gestione amministrativa. Purtroppo, manca del tutto la volontà di affrontare seriamente il confronto con il dirigente attraverso un serio e trasparente sistema valutativo, contestando le sue inefficienze, quando vi sono, e motivando i provvedimenti conseguenti. Il futuro è prevedibile. Sempre di più assisteremo ad una pubblica amministrazione organizzata in cordate se non addirittura in bande, dove l’unico modo per proteggersi da soprusi e ricatti sarà quello di associarsi ad un gruppo rivale o, comunque, di trovare un adeguato protettore politico, con buona pace di quanto prevede la nostra Costituzione agli articoli 54 (I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore …) e 97 (I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari. Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge).