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domenica 3 Maggio 2026
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Dazi, guerre e autoritarismo per difendere il dollaro: la ricetta di Donald Trump che affonda l’Europa

Il motivo  della stretta autoritaria dell’amministrazione americana uscita platealmente allo scoperto senza cercare neppure le solite giustificazioni moralistiche è principalmente economica. Gli Usa stanno vedendo andare rapidamente a pezzi l’architettura del principale strumento di potere con cui hanno costruito e mantenuto il predominio nel mondo bipolare: il dollaro.  E lo difendono con la logica basic di un cow boy che cavalca come un pony nella prateria il più grande apparato militare mai costruito al mondo.

Per capire bisogna mettersi gli occhiali di Wall street.  

La Cina sta vendendo anche in questi giorni in modo massiccio i titoli di Stato americani, indotta dall’attacco frontale portato da Trump ai suoi asset mondiali. Questa mossa apparentemente solo finanziaria è l’apertura di una faglia lunga migliaia di chilometri di un terremoto che potrà determinare sul serio il ridisegno della carta geopolitica mondiale, molto più degli annunci roboanti del sovraeccitato presidente evangelico della vacillante economia più grande del pianeta.

Tutto è iniziato quando nel 1971 Richard Nixon abbandonò il gold standard, un sistema monetario in cui il valore della valuta di una nazione è ancorato a una quantità fissa di oro, rendendo le banconote convertibili in metallo prezioso. Da quel momento gli Stati Uniti hanno cominciato a stampare liberamenti dollari non più garantiti dalle riserve auree ma che vengono accettati da tutti i paesi come moneta di riserva internazionale per commerciare, comprare materie prime come il petrolio e accumulare ricchezze. E’ come avere una stampante della zecca sotto il letto, puoi produrre e spendere dollari quanti ne vuoi, magari, che so, anche per comprare la Groenlandia o il Canada.

Intanto da anni la Cina sta acquistando miliardi in tonnellate di oro e sta accelerando in queste settimane, perché sa che la moneta americana ha sempre più i piedi d’argilla e potrebbe nel medio periodo far diventare carta straccia le ricchezze denominate in dollari come i i titoli della Federal reserve, dove Pechino ha depositato il suo enorme surplus commerciale accumulato in questi anni per finanziarsi e finanziare il principale acquirente delle sue industrie. Se domani gli Stati Uniti congelassero, come hanno provato a fare con i russi, tutti gli asset cinesi il valore dell’oro rimarrebbe invariato: è la loro polizza contro gli esiti catastrofici della disperata terza guerra mondiale a pezzi di Trump ingaggiata per mantenoere il potere a Washington.

Il debito Usa, quello che ha permesso al 5% della popolazione mondiale di detenere il 25% delle ricchezze globali, sta esplodendo, l’economia non “tira” più dollari come una volta. Il “multipolarismo” sta portando i nuovi grandi player che stanno arrivando sulla scena mondiale a commerciare in oro e con le loro valute. L’Europa comprava gas, petrolio, materie prime, beni di consumo in misura sempre maggiore dal sistema euroasiatico russo, cinese, indiano pagando in Euro, prima del conflitto russo-ucraino. La Cina, candidata a diventare nel prossimo triennio la prima potenza industriale mondiale, si approvvigiona dl petrolio (anche se la green economy ormai è in piena ascesa) principalmente e direttamente dall’Iran, dal Venezuela, in Africa, dalla Russia. Sotto il mare, davanti alle coste di Gaza, anche l’Eni estrae gas dal più grande giacimento del Mediterraneo. Ora unite i puntini sulla cartina tra Ucraina, sud America e i conflitti attuali e passati  nel continente africano a cominciare da Libia, Afghanistan e Iraq e vi troverete sorprendentemente davanti alle mappe militari del Pentagono.

Sempre più contratti commerciali cinesi vengono denominati sui mercati internazionali in Yuan, invece che in dollari. I paesi del cosiddetto gruppo dei Brics (ormai pressocché la metà della popolazione e del Pil globale) stanno seriamente ragionando sulla creazione di una loro moneta comune. Pechino sta facendo un calcolo di lungo periodo, meglio perdite limitate oggi che rimanere completamente esposti in futuro.

Al di là dell’Atlantico la bolla finanziaria e inflazionistica rischia di deflagrare portando il Tesoro statunitense al default da un momento all’altro. I deficit di bilancio negli ultimi anni sono di dimensioni colossali e crescono costantemente. Nel 2023 la spesa per interessi nel servizio del debito pubblico negli Stati Uniti è stata di 659 miliardi di dollari, pari al 2,5% del Pil, con un aumento del 184% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 è balzata a 1089 miliardi, pari a circa il 3% del Pil, principalmente a causa dell’aumento dei tassi d’interesse e dell’inflazione. Probabilmente è questa la vera ragione delle minacce legali, fisiche e morali che Trump rivolge al presidente della Federal reserve Jerome Powell un giorno sì e un altro pure, perché si ostina a non abbassare il tasso di sconto.

Quando la Banca centrale stampa denaro, come è successo dagli anni del Covid in poi anche in Europa con il “quantitative easing”, avvantaggia enormemente con l’aumento dei prezzi coloro che possiedono ricchezze finanziarie e penalizza chi vive di stipendio e di risparmi che vedono perdere il loro potere di acquisto. L’inflazione da materie prime, importata con l’embargo al gas e al petrolio a buon mercato proveniente dagli oleodotti e gasdotti di Putin ha fatto il resto.

Decenni di guerre finanziate a debito, di espansione dei bilanci militari e di tagli fiscali ai più ricchi ai danni di infrastrutture pubbliche e welfare si basano sul privilegio e il potere del dollaro che comincia a vacillare. 

Per uscire dalla trappola finanziaria in cui sono precipitati gli Stati Uniti oggi hanno bisogno soprattutto di compratori.

E qui veniamo al contributo imposto al più ubbidiente e sprovveduto degli Stati satelliti dell’area atlantista, l’Italia.

Il ministro dell’economia Giorgetti, prevede di rientrare nel deficit al 3% del Pil già nel 2025, anticipando le previsioni precedenti.

Centrare l’obiettivo del 3% allineerebbe l’Italia ai parametri stabiliti dal Patto di stabilità e crescita, ponendo le basi per l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Ma soprattutto rimetterebbe  nella condizione di finanziare anche a debito la corsa delle spese militari del quarto tra i paesi più indebitati del mondo.

Il rigore contabile sembra sia soprattutto indirizzato  a creare lo spazio fiscale per espandere la spesa e raggiungere il principale obiettivo posto alla legge di bilancio di quest’anno, mentre si parla già di una manovra correttiva: onorare la cambiale firmata all’industria bellica e all’Ue, che dovrebbe portare la spesa militare italiana dagli attuali 34 miliardi di euro annui al 5% del Pil (circa 120 miliardi).

La spesa per la difesa in Italia è aumentata significativamente negli ultimi anni e ci sono piani per ulteriori aumenti.

Poi ci sono i dazi imposti anche sulle nostre esportazioni, finalizzati a comprimere gli acquisti in euro che vengono da oltre oceano e aumentare la domanda interna.  Armi, dazi e naturalmente l’acquisto di gas. Come si ricorderà una delle prime azioni belliche condotte dall’Ucraina nel 2022 – attribuita regolarmente anche dalla stampa nazionale ai russi, che sono però proprietari dell’infrastruttura insieme ai tedeschi –  è stata far saltare nel Mar Baltico uno dei il gasdotti che alimentavano a prezzi competitivi l’industria europea. Sono state applicate alla lettera le minacce e le “richieste” avanzate dall’amministrazione Biden all’Ue già anni prima di non aprire mai quel rubinetto per non utilizzare gas russo.

Dopo l’incontro di Giorgia Meloni con Re Trump, l’Italia e gli Stati Uniti hanno firmato nell’anno appena trascorso un accordo di “cooperazione energetica”, in particolare per aumentare le esportazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) dagli Stati Uniti verso l’Italia. L’obiettivo mira, dicono i firmatari, a “rafforzare la sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa, riducendo la dipendenza dalle forniture russe” e di “ garantire un flusso stabile, sicuro e a prezzi sostenibili” di Gnl americano verso l’Europa. Il prezzo concordato non è stato reso noto.

Il braccio operativo sul versante italiano è la società  Edison, che ha sottoscritto un’ intesa  con Shell per l’acquisto di circa 0,7 milioni di tonnellate all’anno di Gnl dagli Stati Uniti, a partire dal 2028 e per 15 anni. L’accordo è stato firmato ai massimi livelli tra il ministro dell’Energia italiano, Gilberto Pichetto Fratin, e il segretario degli Interni statunitense, Doug Burgum,

Il risultato è che i bilanci italiani sono stati vincolati per i prossimi 15 anni al finanziamento dell’economia statunitense. Tutto questo è totalmente incompatibile – politicamente, finanziariamente, industrialmente – con l’interesse nazionale, che trarrebbe molto più giovamento da un modello di sviluppo fondato sulla conversione ecologica, l’innovazione e ricerca, sui beni comuni, l’autosufficienza energetica e lo stato sociale e dalla massima apertura verso i mercati mondiali. Gli italiani continuano insieme all’Europa a fare la guardia dal lato della fortezza sbagliato, mentre Trump minaccia di “punire” il Canada intanto con i dazi perché il premier ha osato firmare un accordo commerciale   con la Cina dopo le minacce d’invasione degli Stati Uniti.

 

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