Flat tax: il grande inganno della tassa inutile (Corriere.it)

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Di Ernesto Maria Ruffini

Al largo delle coste canadesi c’è un’isola, Oak Island. Nell’isola c’è un pozzo che dicono di complessità diabolica, il Money Pit, in fondo al quale ci sarebbe un tesoro. Gli scavi in 150 anni hanno però portato solo a pochi e modesti ritrovamenti, al prezzo di spese folli. Un tesoro l’ha trovato una televisione, che su questa storia ha allestito un reality show arrivato alla sesta stagione, «The Curse of Oak Island».
La flat tax è uguale. È un tesoro in fondo a un pozzo senza fine, complicato da esplorare. Un tesoro di cui fin qui sono emersi solo pochi e modesti pezzi, ma che molti però continuano a sostenere e a sperare che ci sia, costi quel che costi.
Intanto, è diventato un perfetto argomento di propaganda politica, un reality show su un fisco immaginario, difficile da screditare, perché, come il falcone maltese di Humphrey Bogart, è fatto della materia di cui sono fatti i sogni. Toccherà pazientare, e aspettare che passi questa ennesima italica illusione del Tesoro. E intanto spiegare: spiegare che la gran parte degli italiani paga già meno del 15%; che la semplificazione (se è tale) si paga con una maggiore iniquità; che non c’è prova che la flat aumenti il gettito o aiuti la crescita.

Maggior gettito? Non sembra

Cominciamo dall’ultimo punto, con un concetto semplice: gettito fiscale e, ancor più, crescita economica sono grandezze dipendenti da così tante cause che è semplicistico farle discendere da una sola. Non deve sorprendere, quindi, che non esista nessuna prova inconfutabile che la flat tax favorisca la crescita. I Paesi che l’hanno adottata – in prevalenza ex comunisti (vedi grafico qui sotto) – non potevano che crescere e, in non pochi casi, non ci sono nemmeno riusciti: un semplice esercizio mostra che la metà di essi ha avuto tassi di crescita del Pil inferiori a quelli di Paesi economicamente analoghi per economia o prossimi per geografia. Il fatto che la restante metà dei Paesi flat abbia avuto una crescita maggiore, dimostra la tesi: se una stessa causa produce effetti tra loro opposti, non può essere la vera causa di quegli effetti. Altri e più cruciali sono i fattori della (mancata) crescita; e per l’Italia, lo sappiamo da quasi trent’anni, il principale si chiama produttività.

Parimenti ozioso è cercare una prova inconfutabile che la flat tax consenta recuperi di gettito; e, infatti, questo non sembra il caso dell’Italia (come dimostrato da due economisti de LaVoce.info, Caruso e Mazzolari). Il caso della Russia, spesso invocato, è esemplare. L’aumento dei proventi dell’imposta sui redditi avvenuto in quel Paese può essere spiegato con la generale crescita economica, a sua volta spiegabile con maggiori entrate derivanti dalla vendita di materie prime. Ci sono però anche spiegazioni puramente fiscali. La flat tax voluta da Putin nel 1999 è stata la carota che ha accompagnato ben tre bastoni: l’introduzione della ritenuta d’acconto; l’adozione di metodi presuntivi di accertamento; e il bastone più grosso, la reintroduzione dell’Iva su professionisti e imprese individuali, eliminata da Eltsin nel 1996.

 

L’Iva «madre dell’evasione»

È noto che l’Iva è la «madre» dell’evasione: un soggetto che si rileva a fini Iva si rileva anche per l’imposta sui redditi. Da qui il maggior gettito: nessun miracolo dell’aliquota unica, quindi, ma una maggiore equità del sistema fiscale russo e una maggiore efficienza dell’amministrazione. Contro l’evasione servono competenza e lavoro; le bacchette magiche lasciamole a Harry Potter e compagni.
È innegabile che prendere il reddito così come lo si è incassato e moltiplicarlo per una percentuale è più semplice che prendere lo stesso reddito, dedurre gli oneri, dividerlo in scaglioni, moltiplicare ciascuno di essi per altrettante percentuali, sommare il totale e sottrarre detrazioni, bonus, crediti d’imposta e quant’altro. Così com’è più semplice al ristorante pagare «alla romana», dividendo il conto per il numero dei commensali.

Il problema è che al «pranzo» della dichiarazione dei redditi c’è chi pasteggia a caviale e champagne e chi prende solo un’insalata: pagare alla romana, con la stessa percentuale, è palesemente ingiusto. Lo dimostrano tutte le stime fin qui tentate del costo della flat e il calcolo di chi ci perde e chi ci guadagna. L’ultima – ad opera di due docenti universitari, Baldini e Rizzo – riguarda la «quasi» flat a due aliquote (15% e 20%) del contratto di governo: la riduzione di gettito è di circa 51 miliardi; un decimo delle famiglie (quelle più ricche) si prende la metà di questo bottino, la metà delle famiglie (quelle più povere) non ne vede nemmeno un decimo, con quelle più povere di tutte praticamente a zero. Un simile risultato non sarebbe accettabile nemmeno se comportasse una semplificazione. Che però non c’è. Per evitare beffe, infatti, si propone che la flat tax sia opzionale: chi ci perde può restare con il vecchio sistema. Così, però, invece di un’Irpef, ne avremmo due; invece di un calcolo ne dovremmo fare due, per scegliere il sistema più conveniente; i moduli e le istruzioni si ispessirebbero e il fisco sarebbe costretto a gestire due sistemi, tra cui i contribuenti potrebbero saltare da un anno all’altro. Vi sembra più semplice?
A coronamento di questo edificio barocco si colloca l’idea, da ultimo circolata, di una flat «per famiglie». Si tratta di un sistema definito dagli stessi docenti sopra citati uno «stranissimo ibrido»: esso tasserebbe al 15% il reddito totale della famiglia, se questo non supera i 50 mila euro, e con le aliquote ordinarie i redditi dei singoli componenti la famiglia, se oltrepassa tale soglia.

 

A parte il costo (stimabile tra i 15 e i 20 miliardi), l’idea è mal congegnata, perché genera l’effetto paradossale noto come «trappola della povertà»: se una famiglia supera i 50 mila euro in un determinato anno, può dover pagare molte più tasse e quindi avere un reddito netto uguale o inferiore a quello dell’anno precedente. Un potente disincentivo al lavoro del secondo coniuge e quindi, scoraggiando forza lavoro, un elemento di inefficienza economica.

D’altronde, iniquità, paradosso e inefficienza sono gli elementi anche del primo «pezzo» della flat, quella «doppia» per le partite Iva già introdotta nell’ultima legge di bilancio: 15% fino a 65 mila euro e 20% fino a 100 mila euro di ricavi. Come ormai dimostrato da più parti, esso crea una disparità rispetto ai lavoratori dipendenti, colpiti da un Irpef anche doppia rispetto a quella degli autonomi. Anch’esso è soggetto alla trappola della povertà: chi oltrepassa una delle due soglie deve guadagnare 10 mila euro in più per riavere lo stesso reddito al netto delle imposte. E anche in questo caso vi è un potente disincentivo, fautore di inefficienza economica: non fatturare pur di restare sotto i limiti, non crescere e non essere onesti. E rimanere Calimero, piccolo e (in) nero.

In sostanza la flat tax, in tutte le sue parti (realizzate, in cantiere o proposte), è e sarà un grande caos, frutto di pressapochismo. Ma sarà, soprattutto, una grande ingiustizia. Saldandosi all’abnorme aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia – come sembra confermato dalle dichiarazioni del ministro Tria della settimana scorsa – formerà le due lame destinate a creare una vera e propria macelleria sociale.

La Flat tax è iniqua

Il paradosso principale è che tutto questo sommovimento tributario potrebbe essere inutile. Che non porti né crescita, né gettito è possibile; che porti iniquità e confusione è certo; che faccia tutto questo in nome di una quota minima dei contribuenti italiani è paradossale. Eppure, questo dicono i numeri. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio la «doppia flat» per le partite Iva potrebbe interessare il 44% dei professionisti e imprenditori individuali, il che vorrebbe dire meno di 1,7 milioni di soggetti. Rispetto a quelli già rientranti fra i minimi (quasi un milione), si tratta di un aumento di 700 mila unità.

Secondo l’unico studio pubblico sulle famiglie fiscali, risalente al 2010, i nuclei interessati alla flat «per famiglie» potrebbero essere in teoria 28 milioni (vedi grafico qui sotto): tanti sono quelli con reddito familiare non superiore a 50 mila euro. In teoria, perché già oggi chiunque guadagna meno di 28 mila euro paga, in media, meno del 15%. Il che è quanto accade a 18 milioni di famiglie monoreddito e probabilmente a quasi tutti gli 8 milioni di famiglie plurireddito, giacché 50 mila diviso per due fa 25 mila euro. Risultato: 2 milioni di famiglie effettivamente interessate, quasi tutte monoreddito. In conclusione, i due «pezzi» di flat riguarderebbero 2,9 milioni di contribuenti su 41 milioni: il 7%. Molto rumore per nulla; o quasi.

Un po’ di prospettiva: la full tax

Prospettiva è quanto chiede nel film Ratatouille il gastronomo Anton Ego. Ed è quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la sfida di una nuova Irpef, giusta, semplice, ma ben cucinata; come la ratatouille servita all’arcigno critico. La prospettiva di cui abbiamo bisogno è storica ed economica. La flat tax appartiene alla prima fase di sviluppo di un Paese, in cui si devono attirare i capitali. Vi hanno fatto ricorso i Paesi ex comunisti; ma ora che avvertono l’esigenza di maggiore attenzione allo Stato sociale, anche queste nazioni si stanno affidando alla progressività: ben cinque di esse hanno abbandonato la flat ed è probabile che anche la Russia seguirà il loro esempio.

L’Italia è già un Paese sviluppato, ha già un sistema di welfare; passare a una flat al 15% è un salto indietro di cento e più anni. Abbiamo invece bisogno di un’imposta veramente e orgogliosamente progressiva, che torni a tassare tutti i redditi, inclusi quelli già scivolati in tutti questi anni a forme di «tassa piatta» o scomparsi nel buco nero dell’evasione; un’imposta che riduca il prelievo sui redditi medi e bassi, riordini e compatti le spese fiscali, introduca un minimo vitale esente commisurato alla famiglia, anche trasformabile in un sussidio, la cosiddetta «imposta negativa». Non di una flat tax abbiamo bisogno, ma di una full tax: una tassa completa ed equa.