Di Chiara Brusini
Per Maurizio Leo è la riforma che “la Nazione aspettava da oltre mezzo secolo”: un “traguardo storico”. Grandeur degna di miglior causa per descrivere i risultati della delega fiscale, in scadenza il 29 agosto, che è il grande lascito del viceministro meloniano. A tre anni dal varo, i nodi strutturali del sistema a partire dallo svuotamento della base imponibile Irpef sono rimasti intatti. E la scelta di procedere a “invarianza di gettito” ha imposto – per fortuna – di archiviare le promesse più spericolate, come la flat tax per tutti. I 21 decreti attuativi non sono però neutrali: hanno prodotto vincitori e vinti. Del primo gruppo fanno parte autonomi e partite Iva, insieme agli evasori che non rischiano più il penale se promettono di pagare il dovuto a rate. Mentre dipendenti e pensionati continuano a farsi carico dell’85% dell’Irpef e a subire il fiscal drag.
I VINCITORI
Autonomi e partite Iva – Hanno incassato il concordato preventivo biennale con le Entrate, cavallo di battaglia di Leo ispirato a una vecchia (e fallimentare) trovata di Giulio Tremonti. Che all’esordio, nel 2024, ha però convinto solo il 13% della platea potenziale, segno che lo strumento ha mancato l’obiettivo dichiarato di indurre i contribuenti meno affidabili a emergere dal nero. Si è rivelato un ottimo affare per due categorie: da un lato i mediamente virtuosi che, prevedendo un aumento dei propri redditi, hanno colto al volo l’occasione di versare sulla differenza tra quanto dichiarato l’anno prima e la cifra concordata con il fisco una conveniente flat tax invece della normale imposta. Dall’altro gli evasori attirati dal “ravvedimento speciale” – leggi condono – gentilmente concesso dal governo strada facendo nel tentativo di evitare il flop.
Evasori – Chi ha pendenze con il fisco può ritenersi soddisfatto: quasi tutte le promesse sono state mantenute. Le sanzioni amministrative sono state riviste al ribasso rendendole più “proporzionate”, stando alle parole di Leo: non oltre il 120% della cifra non versata in caso di omessa dichiarazione, 70% per chi ne presenta una infedele. Ma è sul fronte penale che sono arrivate le novità più dirompenti: i contribuenti che abbiano totalizzato omessi versamenti di ritenute per oltre 150mila euro o non abbiano versato più di 250mila euro di Iva, reati prima puniti con la reclusione da sei mesi a due anni, ora si salvano se accettano di pagare a rate. La scappatoia rende ancora più appetibile trattare l’erario come una finanziaria che fa credito senza garanzie. Tanto più che resta impunito anche chi smette di rispettare l’accordo col fisco: se mancano all’appello meno di 50mila euro di ritenute e 75mila euro di Iva, tutto è perdonato. Ciliegina sulla torta, la rateazione protegge pure dal sequestro dei beni “salvo un concreto pericolo di dispersione del patrimonio“, che ora sta al giudice valutare, con il rischio di lasciar libero l’evasore di vendere quel che possiede e tenersi i soldi.
Più in generale, a impensierire gli addetti ai lavori è il fatto che la delega abbia lasciato immutati poteri e funzionamento dell’Agenzia delle Entrate: il modello resta quello messo a punto a fine anni Novanta, che prevede margini di autonomia organizzativa limitati. Non solo: se sulla carta sono stati potenziati la piena utilizzazione dei dati per l’analisi del rischio e l’uso di tecnologie digitali e IA, come previsto dalle best practice internazionali, sui risultati e l’efficacia di quelle analisi è buio fitto. L’Agenzia continua a non diffondere alcuna informazione trincerandosi dietro il rischio di favorire chi vuole aggirare i suoi controlli. Il quadro non è migliore sul fronte della riscossione: la riforma non ha dotato l’AdER di nuove armi. L’unica misura promettente, la possibilità di conoscere le giacenze sui conti correnti per procedere a pignoramenti mirati, è ancora in attesa dei decreti attuativi.
Piccole imprese – Le pmi escluse dal concordato ora possono aderire al regime di adempimento collaborativo – che prevede una “interlocuzione costante e preventiva” con le Entrate, “con la possibilità di pervenire a una comune valutazione delle situazioni suscettibili di generare rischi fiscali” – finora riservato ai big con oltre 750 milioni di fatturato dotati di un solido sistema di gestione e controllo di quel rischio. La delega ha spalancato le porte di accesso allo strumento, riducendo progressivamente la soglia (500 milioni da quest’anno, 100 dal 2028), e ampliato lo scudo riservato a chi lo sceglie, che tra il resto in assenza di “condotte simulatorie o fraudolente” non è più punibile per dichiarazione infedele. Non solo: gli stessi benefici spetteranno anche ai contribuenti che, pur senza i requisiti, decidono in autonomia di adottare un sistema di rilevazione del rischio facendolo certificare da un avvocato o commercialista indipendente.
Banche e risparmio gestito – Alcune previsioni sono invece rimaste inattuate, per la soddisfazione di specifiche categorie. Un esempio? Gli intermediari finanziari. La delega prevedeva di superare la distinzione tra redditi di capitale (interessi, dividendi) e redditi diversi (guadagni o perdite dalla vendita di titoli), consentendo la compensazione, per esempio, tra minusvalenze registrate vendendo azioni e imposte da pagare sugli interessi maturati su obbligazioni o conti deposito. Un vantaggio di cui oggi si gode solo affidando i propri investimenti a una gestione patrimoniale in regime di risparmio gestito. La mancata attuazione della riforma – che del resto avrebbe fatto crollare il gettito – fa salvo quel privilegio, sventando eventuali deflussi dal risparmio gestito che avrebbero scontentato le banche.
I VINTI
Lavoratori dipendenti e pensionati – L’obiettivo più ambizioso era cambiare faccia all’Irpef con una epocale “transizione del sistema verso l’aliquota impositiva unica”, ovvero la flat tax per tutti. Ipotesi censurata su tutta la linea da esperti e autorità indipendenti perché, a gettito invariato, avrebbe penalizzato i redditi medi andando soprattutto a vantaggio di quelli alti. Non se n’è fatto nulla: l’unico intervento strutturale è stato il passaggio da quattro a tre aliquote, accompagnato da tetti alle detrazioni sopra determinate soglie di imponibile. Al palo il riordino complessivo delle centinaia di “tax expenditure” che si mangiano oltre 80 miliardi di gettito annuo. Il risultato, stando alle analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio, è un sistema più progressivo al suo interno ma nel complesso estremamente iniquo. Lavoratori dipendenti e pensionati continuano ad accollarsi quasi tutto il peso dell’imposta e sopra i 35mila euro annui pagano pure il prezzo del drenaggio fiscale, mentre autonomi e rentier godono di tasse piatte molto inferiori alle normali aliquote. Sono tra l’altro evaporate le promesse di consentire anche a chi vive del suo stipendio di dedurre le spese sostenute per produrlo e di applicare una flat tax sulle tredicesime. La suggestione rispunta puntualmente ogni anno nei mesi precedenti la legge di Bilancio, salvo inabissarsi quando si tratta di trovare le coperture.
Consumatori – Tra i perdenti ci sono anche i consumatori, che non hanno visto arrivare la revisione dell’Iva promessa dalla delega. L’obiettivo era mettere ordine nella giungla delle aliquote, avvicinando il trattamento fiscale di beni e servizi simili e riducendo le distorsioni accumulate negli anni. Il cantiere però è rimasto fermo, probabilmente perché per metterci mano in maniera incisiva sarebbero servite risorse. A meno di non voler scontentare qualcuno, pagandone il costo elettorale.
Imprese soggette all’Irap – Anche il superamento dell’imposta regionale sulle attività produttive è rimasto nel cassetto. La delega prometteva una cancellazione graduale dell’Irap, considerata un ostacolo alla competitività perché colpisce il valore della produzione, e la sostituzione con una sovrimposta Ires in grado di garantire alle Regioni lo stesso gettito. Nulla di fatto per mancanza di risorse, anche perché il margine fiscale creato con l’abolizione dell’Ace, la vecchia agevolazione che incentivava il reinvestimento degli utili in azienda, è stato in parte utilizzato per finanziare altri pezzi della riforma.













