Lo studio: affrontare la regressività ai vertici del sistema tributario italiano, un quadro di tassazione ottimale con rendimenti del capitale eterogenei

Di Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro

8 giugno 2026

In questo lavoro utilizziamo i nuovi dati dei Conti distributivi della ricchezza (*Distributional Wealth Accounts*) della Banca Centrale Europea per ricostruire la distribuzione dei redditi da capitale in Italia, tenendo conto dell’eterogeneità dei rendimenti del capitale. Emergono marcate disparità nei rendimenti della ricchezza: i tassi medi passano dal 2,5% per il 90% della popolazione con minore ricchezza al 5% per il 10% con maggiore ricchezza. Rispetto alle stime precedenti, i nostri risultati mostrano che il reddito da capitale è più concentrato lungo la distribuzione dei redditi e che il sistema fiscale risulta più regressivo ai vertici: le aliquote fiscali applicate al 7% più ricco della popolazione sono più basse e decrescono più rapidamente di quanto precedentemente rilevato. Infine, simuliamo diverse riforme fiscali all’interno di un quadro di tassazione ottimale calibrato sui dati italiani, considerando diverse elasticità comportamentali. A parità di altre condizioni, i risultati indicano la possibilità di applicare aliquote marginali più elevate – sia sul reddito che sulla ricchezza – per ridurre la disuguaglianza e, al contempo, incrementare il gettito fiscale.

La disuguaglianza di reddito e ricchezza è in costante aumento nella maggior parte delle economie sviluppate dagli anni ’80 (Chancel et al. 2022; Guzzardi et al. 2024; Acciari et al. 2024). Uno dei fattori chiave che contribuiscono alla distribuzione della ricchezza sempre più asimmetrica verso destra (con una “coda lunga” verso l’alto), osservata nel corso del tempo e nei diversi paesi, è l’eterogeneità dei rendimenti del capitale (Benhabib e Bisin 2018). L’esistenza di un processo di auto-rafforzamento della disuguaglianza, dovuto a rendimenti crescenti ai vertici della distribuzione, è stata ipotizzata per la prima volta da Piketty (2014). Successivamente, i contributi fondamentali di Fagereng et al. (2020) e Bach et al. (2020) hanno confermato la tendenza a tassi di rendimento crescenti sul patrimonio netto e sul capitale finanziario lungo la distribuzione della ricchezza, dando impulso a un filone di studi empirici in rapida espansione (ad es. Iacono e Palagi 2023; Ozkan et al. 2023; Smith et al. 2023).1

La questione dei rendimenti crescenti della ricchezza ai vertici della distribuzione ha importanti implicazioni di politica economica, alla luce delle recenti tendenze nella tassazione dei redditi da capitale e da lavoro. Infatti, mentre fino agli anni ’80 le aliquote fiscali si applicavano generalmente a una definizione omnicomprensiva di reddito, da allora i sistemi si sono orientati verso un approccio duale: il reddito da lavoro rimane solitamente soggetto ad aliquote progressive – nonostante la recente tendenza a tassare il lavoro autonomo con regimi a imposta fissa (*flat tax*) separati – mentre il reddito da capitale è tassato con aliquote significativamente più basse, spesso fisse. Come sostengono Piketty et al. (2023), il sistema risultante non riesce a tassare adeguatamente gli individui con patrimoni elevati per due ragioni interconnesse. In primo luogo, la distinzione tra reddito da capitale e reddito da lavoro è spesso ambigua. In secondo luogo, i detentori di grandi patrimoni spesso non realizzano redditi o consumi in modi facilmente misurabili o tassabili. Tali criticità hanno rinnovato l’interesse per la tassazione della ricchezza, come dimostra la proposta di introdurre un’imposta minima globale sulla ricchezza per gli individui con patrimoni netti elevatissimi (*ultra-high-net-worth individuals*), presentata da Zucman (2024) alla riunione del G20 a Rio de Janeiro. I progressi nella cooperazione internazionale — in particolare il rafforzamento dello scambio di informazioni tra le amministrazioni fiscali — hanno reso tali misure sempre più attuabili (si vedano i recenti sforzi per istituire un’imposta minima globale sugli utili delle multinazionali, OCSE 2021).

Nel presente lavoro, forniamo una nuova stima del reddito da capitale e dei tassi di rendimento eterogenei lungo la distribuzione della ricchezza in Italia, sfruttando i dati recentemente rilasciati dalla Banca d’Italia e dalla Banca Centrale Europea nell’ambito dei Conti distributivi della ricchezza (*Distributional Wealth Accounts* – DWA). Questo dataset, che combina i dati a livello micro dell’Indagine sui bilanci delle famiglie (*Household Finance and Consumption Surveys* – HFCS) con i dati a livello macro dei Conti trimestrali settoriali (*Quarterly Sector Accounts* – QSA), migliora notevolmente la rappresentazione delle famiglie più ricche, tipicamente sottorappresentate nelle indagini campionarie. Utilizzando questi dati, le nostre stime sono in grado di cogliere la componente di eterogeneità dei rendimenti derivante dalle differenze nella composizione del portafoglio tra le famiglie, prescindendo al contempo dalle differenze di rendimento all’interno della stessa tipologia di attività. Otteniamo quindi stime raffinate del reddito da capitale, del reddito nazionale al lordo delle imposte (2010–2015) e delle aliquote fiscali effettive (2015) in Italia, lungo le distribuzioni del reddito e della ricchezza. Applichiamo poi il modello di tassazione ottimale con rendimenti eterogenei proposto da Saez e Stantcheva (2018) per valutare il potenziale di riduzione della disuguaglianza e di generazione di gettito di riforme alternative della tassazione su reddito e ricchezza.

Il nostro lavoro contribuisce alla letteratura sotto tre aspetti. In primo luogo, armonizziamo i Conti nazionali distributivi (*Distributional National Accounts* – Alvaredo et al. 2020) con i dati DWA, concentrandoci sull’Italia. Questo approccio ci consente di migliorare la stima del reddito da capitale tenendo conto esplicitamente dell’eterogeneità dei rendimenti tra diverse tipologie di attività, contribuendo così alla crescente letteratura empirica sui rendimenti diseguali della ricchezza. Integrando queste fonti di dati, offriamo un’alternativa agli aggiustamenti per le code della distribuzione (*top-tail adjustments*) basati su liste dei più ricchi, registri fiscali o dati trapelati (Waltl e Chakraborty 2022; Waltl 2022); tale metodo è applicabile anche ad altri paesi europei per i quali sono disponibili dati DWA (*Distributional Wealth Accounts*).

In secondo luogo, utilizziamo queste stime perfezionate per valutare l’effetto redistributivo della tassazione sui redditi da capitale in Italia. Più nello specifico, incorporiamo l’eterogeneità dei rendimenti direttamente nel quadro teorico della tassazione ottimale (Saez e Stantcheva 2016, 2018) e modelliamo riforme fiscali maggiormente in linea con gli obiettivi di equità ed efficienza. Così facendo, superiamo i limiti degli studi precedenti — che ignorano l’eterogeneità o la modellano solo indirettamente — consentendo a pesi generalizzati di benessere sociale di dipendere congiuntamente dalle distribuzioni della ricchezza e dei rendimenti.

In terzo luogo, contribuiamo al dibattito accademico e di politica economica sulla regressività ai vertici del sistema fiscale italiano. A differenza degli studi che si concentrano esclusivamente su specifiche componenti fiscali (Gastaldi et al. 2017; Gastaldi e Liberati 2018; Di Caro 2020; Baldini 2021) o che trascurano la regressività sistemica (Cammeraat e Crivelli 2020), adottiamo una prospettiva d’insieme. Mostriamo come un modello di tassazione ottimale, basato sull’intera distribuzione di reddito, ricchezza e imposte, possa fornire indicazioni operative per le riforme fiscali, inclusa la possibile introduzione di un’imposta sulla ricchezza.

I nostri risultati rivelano marcate disparità nei rendimenti della ricchezza: i tassi medi passano dal 2,5% per il 90% della popolazione con minor ricchezza al 5% per il 10% più ricco della distribuzione italiana. Rispetto ai risultati di Guzzardi et al. (2024), ciò implica una concentrazione del reddito più elevata di quanto stimato in precedenza — nel 2015 la quota del 10% più ricco sale dal 37% al 39% — e aggrava la regressività ai vertici del sistema fiscale, caratterizzato da aliquote effettive decrescenti per il 7% più ricco, con lo 0,1% superiore che paga un’aliquota effettiva media del 32,6% anziché del 36%. Di conseguenza, la fascia più alta della distribuzione del reddito è soggetta ad aliquote fiscali effettive medie inferiori rispetto al resto della popolazione. In particolare, tali aliquote diminuiscono in modo più marcato per il 7% più ricco rispetto a quanto documentato in precedenza, il che implica una violazione ancora più grave del principio costituzionale italiano secondo cui il sistema tributario nel suo complesso deve essere progressivo. Tale dinamica è determinata dalla maggiore incidenza dei redditi da capitale ai vertici della distribuzione e dal conseguente minor carico fiscale effettivo.

Per contrastare la regressività nella parte alta del sistema, simuliamo diverse riforme fiscali utilizzando il modello di Saez e Stantcheva (2018), calibrato su dati italiani e basato su diverse ipotesi di elasticità comportamentale. Le simulazioni si concentrano sul 7% più ricco, poiché è in questa fascia che si osserva empiricamente la regressività delle aliquote fiscali effettive.

I risultati indicano che un aumento delle aliquote dell’imposta sul reddito per i contribuenti più abbienti — fino al 61% per lo 0,1% più ricco — può rivelarsi efficace.

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