L’Olanda, Paese di transito e sponda d’approdo per strategie di profit shifting e di erosione delle basi imponibili

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Di Tamara Gasparri

Olanda e Lussemburgo hanno interpretato nello scenario globale degli ultimi decenni il ruolo di giurisdizioni privilegiate di ‘transito’ (‘conduit’) e ‘d’approdo’ per multinazionali e grandi investitori esteri desiderosi di ridurre il proprio carico fiscale nei diversi Paesi del mondo in cui generano i profitti o in cui risiedono. Nei confronti dei propri contribuenti, Olanda e Lussemburgo sono Paesi a fiscalità ordinaria[1] ed inoltre non si appropriano, se non in minima parte, di imposte altrui; ‘semplicemente’ offrono sofisticati strumenti per evitare che altri Paesi in Europa e nel mondo applichino le proprie imposte: favorendo la canalizzazione dei profitti che attraggono dall’estero verso destinazioni estere ‘paradisiache’ o addirittura ‘parcheggiando’ questi medesimi profitti in stand by presso di sé, come se non appartenessero a nessuna giurisdizione (fossero cioè profitti ‘stateless’, ‘apolidi’) e, in quanto tali, da escludere da imposizione.


[1] Ad esempio, l’aliquota marginale dell’imposta sul reddito delle persone fisiche è pari al 51,75 per cento; mentre quella italiana si ferma al 43 per cento.

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