Lotta all’evasione, slogan e trovate mediatiche non preoccupano evasori

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Trasformare la lotta all’evasione fiscale in un fatto prevalentemente mediatico alla lunga può diventare controproducente. Gli slogan e i messaggi mediatici se non supportati da adeguate misure che spingano all’emersione della base imponibile non modificano i comportamenti dei potenziali evasori.

di Oreste Saccone

Il contribuente infedele effettua le scelte sulla base di un calcolo economico: a fronte di un vantaggio certo come il risparmio d’imposta mette in conto un rischio ipotetico in caso di accertamento eventuale. Per contrastare i comportamenti evasivi occorre, dunque, rendere il rischio maggiore aumentando la frequenza degli accertamenti e migliorando le norme di contrasto e il sistema sanzionatorio. Perciò la spettacolarizzazione del contrasto con i blitz nelle località frequentate dai vip, l’annuncio di ‘task force antievasione’ o il ricorso a trovate ‘pubblicitarie’ sono destinati a produrre più titoli e servizi sui media che risultati concreti. Particolare perplessità desta l’ultimo annuncio: la creazione di un ‘bollino blu di fedeltà fiscale’. Ormai le novità fiscali vengono proposte con la stessa tecnica con cui si promuove un prodotto. Si cerca la fidelizzazione del contribuente dimenticando che pagare le tasse non è come comprare un formaggio, un detersivo o una macchina.

 

Solo due anni fa si esaltava la convenienza dello “scudo fiscale” e, qualche anno prima, delle “sanatorie fiscali”. Oggi, il vento (e il Governo) è cambiato, e, per fortuna, si promuove con forza la lotta all’evasione e la fedeltà fiscale. Ma mentre nella pubblicità commerciale l’obiettivo è convincere il lettore, l’internauta, l’ascoltatore ad acquistare il prodotto, nella pubblicità fiscale l’obiettivo è convincere il potenziale evasore a pagare il dovuto o almeno a pagare di più. E’ evidente che nel caso dello “scudo fiscale”, il messaggio pubblicitario ha funzionato benissimo, perché il prodotto pubblicizzato, cioè la proposta di sanare le somme evase illecitamente detenute all’estero, era convenientissimo. Una proposta irripetibile a cui non si poteva dire di no. Si assicurava l’anonimato e l’impunità fiscale versando appena il 5% delle somme occultate all’estero. In pratica 500 euro per ogni 10.000 euro evasi. In analoghe condizioni i contribuenti inglesi e americani avrebbero dovuto autodenunciarsi e pagare 5.000 euro, cioè dieci volte di più al fisco. Hanno aderito circa 200.000 soggetti e sono stati rimpatriati o regolarizzati complessivamente capitali per 105 miliardi di euro e il gettito incassato dall’erario[1] è stato poco più di 5 miliardi.

Non altrettanto ci si può aspettare oggi quando si promuove il “redditometro” o ” il bollino blu di fedeltà fiscale”come strumenti di contrasto all’evasione fiscale di massa o di compliance, cioè intesi a favorire l’adempimento spontaneo dei contribuenti. Se l’obiettivo reale è quello di convincere i potenziali evasori e non invece quello di accattivarsi i potenziali elettori attraverso i media, c’è da chiedersi quale convenienza ha oggi l’evasore di massa, ad esempio il professionista o il piccolo imprenditore abituato da sempre a dichiarare al fisco un reddito di 30.000 euro al posto dei 100.000 realizzati , a non evadere più o ad evadere di meno. In realtà, nonostante le misure volute dal Governo Monti e approvate dal Parlamento (rafforzamento delle indagini finanziarie, tracciamento dei pagamenti dai 1.000 euro in su e, da qualche giorno, il ripristino dell’elenco clienti e fornitori), l’attuale politica antievasione si regge essenzialmente sull’azione di controllo e di repressione esercitata dall’Agenzia delle entrate e dalla Guardia di finanza.

Ma l’esperienza insegna che non basta il rafforzamento dell’attività di controllo e di repressione per ridurre seriamente la montagna di imposte sottratte ogni anno al fisco italiano dagli evasori, se mancano adeguati strumenti che spingano sistematicamente all’emersione e se il sistema sanzionatorio non è realmente punitivo. Non basta sbandierate tutti i giorni i mirabolanti successi dei blitz della finanza e lanciare slogan a effetto a beneficio dei media se poi evadere conviene ed è poco rischioso. In termini di costi/ benefici oggi per il piccolo imprenditore e il professionista l’evasione è ancora conveniente e poco rischiosa:

1- Perché il controllo è eventuale e non certo. L’Agenzia delle entrate effettua ogni anno poco più di 200.000 accertamenti sulle piccole imprese e sui professionisti ( su non meno di 5 milioni di partite iva attive).

2- Perché può sempre sopravvenire un condono che azzera l’accertamento dell’ufficio. Anche quest’anno è già passato, senza dare nell’occhio, un condono minore. Nonostante il Premier Monti abbia dato assoluta priorità alla lotta senza quartiere all’evasione fiscale, in sede di conversione del decreto legge milleproproghe, è stato approvato un emendamento che ha riaperto il provvedimento di sanatoria delle liti fiscali pendenti fino a 20.000 euro. In tal modo è stata vanificata la stragrande maggioranza degli accertamenti notificati nel 2011, visto che il valore medio della maggiore imposta accertata è stato sicuramente inferiore a 20.000 euro (nel 2010 è stato di circa 12.599 euro)[2] e il condono costa appena il 30% della maggiore imposta accertata.

3- Perché in caso di controllo con il redditometro il contribuente sottoposto ad accertamento paga molto meno di quello che avrebbe pagato se avesse esposto in dichiarazione il reddito occultato. Difatti l’accertamento sintetico (a differenza di quello ordinario) recupera solo l’irpef evasa, ma non colpisce l’IVA, l’Irap e gli oneri previdenziali, poiché non identifica la fonte del reddito non dichiarato.

4- . Perché, sempre in caso di redditometro, il mancato controllo analitico della contabilità dell’impresa e delle modalità di svolgimento dell’attività ( consumi, personale, magazzino, dimensione locali, beni strumentali impiegati, ciclo produttivo, etc .etc.) non costringe il contribuente interessato ad adeguare anche i redditi degli anni successivi ai maggiore valori accertati per l’anno sottoposto a controllo.

5- Perché in caso di adesione al processo verbale di constatazione o alla proposta di accertamento o di acquiescenza la sanzione amministrativa è risibile. In concreto, quantunque sia stata da poco aumentata, la sanzione è pari ad 1/6 del minimo o dell’irrogato ( in caso di acquiescenza), cioè corrisponde al 16,6% dell’imposta evasa. Poco più degli interessi di un finanziamento a breve, ma senza dover offrire garanzie.

6- Perché il valore medio della maggiore imposta evasa non rientra nei parametri del reato di infedele dichiarazione e quindi l’evasione non viene sanzionata penalmente[3].

In questo scenario è effimero, illusorio e controproducente enfatizzare sui giornale e in televisione, a dimostrazione di un presunto successo nella lotta all’evasione fiscale, l’andamento crescente del gettito recuperato negli ultimi anni attraverso i controlli fiscali, comunque modesto rispetto al valore assoluto del gettito evaso[4], se, poi, non si dice con la stessa chiarezza che, a causa delle misure fiscali prese dal precedente governo (abrogazione delle principali misure anti evasione volute dal governo Prodi, ulteriore riduzione delle sanzioni in caso di adesione e acquiescenza, scudo fiscale, varie sanatorie per le liti fiscali pendenti, etc.), l’ammontare complessivo del tax- gap , cioè l’ammontare complessivo delle entrate tributarie evase negli stessi anni[5], nonostante i ficcanti controlli dell’Agenzia delle entrate e della Guardia di finanza, non è diminuito, anzi è ampiamente aumentato, attestandosi ad oltre 120 miliardi di euro l’anno. Risultato che attribuisce all’Italia il secondo posto dopo la Grecia nella speciale classifica dei Paesi con più alto tasso di evasione.

In questa fase della vita politica italiana, in cui la percezione dell’evasione fiscale sta profondamente cambiando nel sentire comune dei cittadini (lotta all’evasione fiscale non più come guerra tra guardie e ladri, ma come concausa della crisi e nel contempo come opportunità per uscire dalla crisi), il Governo Monti deve avere il coraggio, come ha già fatto in altri campi, di segnare in modo chiaro la totale discontinuità rispetto alla politica fiscale del governo che lo ha preceduto, ponendosi obiettivi più ambiziosi, pianificando la drastica e definitiva riduzione del nocciolo duro dell’evasione fiscale nel giro di qualche anno. In particolare mediante il ripristino di alcune misure a suo tempo abrogate dal governo Berlusconi-Tremonti e l’introduzione di pochi altri provvedimenti di sicuro valore dissuasivo e di agevole applicazione (tracciabilità dei pagamenti ai professionisti sopra ai 100 euro e conto dedicato, trasmissione telematica dei corrispettivi per i commercianti al minuto, aumento delle risibili sanzioni previste per gli evasori che fanno adesione, tracciamento degli incassi tramite distributori automatici, chiusura dei locali in caso di mancata emissione degli scontrini fiscali dopo tre violazioni anche nella stessa giornata, uso diretto e abituale delle indagini finanziarie in sede di controllo fiscale, applicazione del redditometro anche ai fini Iva, Irap e oneri previdenziali, ripristino della responsabilità degli amministratori di società, ripristino del valore di mercato come valore presunto nelle vendite di immobili, salvo prova contraria).

Se ciò avvenisse, se cioè al di là dei facili slogan e messaggi sulla lotta all’evasione fiscale, che tutti i giorni i media ci propinano (da ultimo la trovata del “bollino blu di fedeltà fiscale”), si introducessero poche altre misure realmente incisive, come quelle indicate sopra, per fare emergere automaticamente e/o spontaneamente le basi imponibili, allora, in poco tempo il Governo avrà le risorse per finanziare la crescita, abbassare la pesante e iniqua pressione fiscale a carico dei lavoratori dipendenti, pensionati e contribuenti onesti, e l’Italia potrà essere considerata dall’Ue un Paese normale anche in campo fiscale.

Note

[1] Si fa riferimento allo scudo ter e al quater , quest’ultimo ha riaperto i termini del precedente con un’aliquota poco maggiore ( anziché il 5%, il 7%).

[2] Relazione concernente i risultati derivanti dalla lotta all’evasione fiscale al 31.12.2010, presentata al Senato dal Ministro dell’economia e delle finanze (Monti) e comunicata alla Presidenza il 20.12.2011, pag. 26, tabella 14.

[3] La maggiore imposta media accertata in via sintetica per il 2010 è stata pari a circa16.456 euro. Il reato di infedele dichiarazione in materia di IIDD e IVA, di cui all’art. 4 del dlgs 74/2000, scatta quando, congiuntamente, l’imposta evasa è superiore, con riferimento a alle singole imposte, a 50.000 euro e l’ammontare degli elementi attivi sottratti a tassazione è superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione o comunque a 2.000.000 di euro)].

[4] Nel 2009 il gettito riscosso da attività di accertamento e controllo formale ammonta a 4,3 miliardi di euro, nel 2010 il gettito è salito a 6,3 md. con un incremento dell’11%. I dati sono stati rilevati dalla tabella 9 della Relazione concernente i risultati derivanti dalla lotta all’evasione fiscale al 31.12.2010, presentata al Senato dal Ministro dell’economia e delle finanze (Monti) e comunicata alla Presidenza il 20.12.2011, pag. 26.

[5] Basta considerare che nel 2006, in concomitanza con l’introduzione dei nuovi strumenti di contrasto all’evasioni, particolarmente incisivi sul piano della dissuasione, varati dal Governo Prodi, mentre il PIL è aumentato del 3,91%, i redditi da lavoro autonomo, d’impresa e di partecipazione dichiarati dai contribuenti hanno avuto una incredibile incremento a due cifre rispettivamente del 10,36%, 17,38% e 13,87%. Poi, però, nel 2008, in concomitanza con l’abrogazione degli istituti di contrasto all’evasione introdotti dal governo Prodi-Visco. gli stessi redditi hanno registrato un decremento vistoso , rispettivamente del – 10,22%, – 14,92%, – 9,71%, non in linea col pur modesto incremento del pil (1,41%).