Pandemia e crisi economica: l’Italia deve fare la sua parte

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Di Massimo Romano

Le polemiche che hanno fatto seguito all’accordo tra i ministri finanziari europei e la dichiarata contrarietà della gran parte degli esponenti politici italiani a qualunque ipotesi di contribuzione straordinaria in chiave solidaristica sembrano originati, più che da una critica di merito alle soluzioni ipotizzate, dal diffuso convincimento che i problemi dell’Italia non derivano dalle responsabilità degli italiani ma, semmai, dal mancato soccorso dell’Unione europea, la quale avrebbe il dovere di aiutare i paesi in difficoltà a prescindere da quanto essi stessi fanno per risollevarsi.

Un simile modo di pensare sembra trascurare alcuni dati di fatto che è necessario tenere ben presenti nell’affrontare il problema.

  1. L’Italia, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, ha accumulato un debito pubblico tra i più elevati dell’intero pianeta. In valore assoluto esso si avvicina ormai ai 2.500 miliardi di euro (oltre 40 mila euro per abitante) e, quel che più conta, la sua entità lorda costituisce quasi il 130% del PIL (contro il 65% della Germania e il 97-99% di Francia e Spagna);
  2. Annualmente l’ammontare degli interessi passivi correlati al debito supera i 70 miliardi (più di 1.000 euro l’anno per abitante). Si tratta di una cifra rilevante, che grazie all’Euro e all’andamento favorevole dei tassi, in questi ultimi anni è stato possibile contenere entro limiti meno devastanti per il bilancio italiano.
  3. L’evasione fiscale e contributiva sottrae annualmente allo Stato, al sistema previdenziale e alle istituzioni locali una cifra complessivamente non inferiore a 120 miliardi di euro. Si tratta di un dato drammaticamente elevato, che colloca il nostro Paese ai livelli più bassi della tax compliance tra gli stati dell’Unione europea.

Se si tengono presenti tali essenziali dati di fatto, è evidente come il pur doveroso ed auspicabile soccorso dell’Europa, finalizzato ad immettere liquidità nel sistema economico, è destinato inevitabilmente ad incrementare pericolosamente il livello del debito nazionale, già drammaticamente elevato.

Inoltre, ed è ciò che forse più conta in sede negoziale, perché la posizione dell’Italia sia credibile, occorre dimostrare che essa sta facendo tutto ciò che è ragionevolmente possibile per fronteggiare le difficoltà finanziarie indotte dall’epidemia.

Se questo è lo scenario entro il quale dobbiamo muoverci, pensiamo che il momento sia favorevole per assumere una serie di iniziative riformatrici di cui il Paese da tempo ha estremo bisogno e che, forse, solo l’attuale “stato di guerra” può rendere politicamente possibili.

Sia chiaro che non ci riferiamo alle semplicistiche e frettolose ipotesi di contribuzione straordinaria reddituale o patrimoniale prospettate in questi giorni, che poco potrebbero incidere sulla dimensione complessiva del problema. Al contrario, pensiamo ad alcune misure strutturali che costituiscono il necessario presupposto per indurre la crescita e rilanciare il Paese.

Un primo tema è quello della riforma fiscale. Gli effetti distorsivi indotti dal sistema attuale sono sotto gli occhi di tutti: frammentazione delle attività, abnorme dilatazione del numero delle micro imprese e dei lavoratori autonomi, scarsa spinta alla ricerca e all’evoluzione dei processi produttivi, penalizzazione del lavoro sia dipendente che autonomo, ecc.

Progetti seri di riforma dell’imposizione sul reddito in questi anni ne sono stati avanzati più d’uno. Occorre che la politica faccia al più presto le sue scelte e, senza ulteriori indugi, trasformi le proposte più convincenti in realtà. Non si può attendere oltre.

In materia di elusione occorre, finalmente, trovare il coraggio di aggredire risolutamente – in sede Oecd o, quantomeno, europea – il fenomeno dello spostamento artificioso delle basi imponibili e, in particolare, il problema della tassazione delle multinazionali che operano nella new economy. A livello interno, viceversa, bisognerebbe mettere mano finalmente alla revisione delle tax expenditures da anni annunciata e mai praticata.

Quanto all’evasione, la strategia dovrebbe ormai essere chiara: uso sempre più ampio della tecnologia in chiave soprattutto preventiva, facilitazione dell’adempimento spontaneo, sviluppando la collaborazione tra contribuente e fisco, diffusione dei pagamenti tracciati e delle ritenute (magari con progressivo superamento del sistema degli acconti periodici), effettiva e incisiva repressione delle frodi e degli altri comportamenti criminali.

La revisione dell’imposizione immobiliare sembra essere stata abbandonata con la rinuncia a riformare il catasto fabbricati, ma il problema delle distorsioni nel prelievo immobiliare è sempre lì e – è bene tenerlo presente – la completa detassazione dell’abitazione principale ai fini dell’imposizione patrimoniale locale (IMU) costituisce un unicum tra i paesi avanzati della cui razionalità ed equità è ampiamente lecito dubitare.

Questi sono soltanto alcuni dei campi di intervento sui quali l’azione del Governo e del Parlamento dovrebbe da subito impegnarsi. Altri fronti, anch’essi di grande rilievo, sarebbero quelli della semplificazione amministrativa, del funzionamento della Giustizia, del superamento dello squilibrio tra il Centro-Nord e il Sud del Paese, della riorganizzazione dello Stato con una più netta distinzione delle competenze tra i diversi livelli di governo e con l’accorpamento degli enti locali di minore dimensione, del potenziamento delle istituzioni scolastiche.

Siamo convinti che soltanto con un serio e concreto programma di riforme economico-sociali e strutturali la posizione dell’Italia in sede europea potrà uscire rafforzata e divenire effettivamente credibile.