L’incidenza dell’Iva sui prezzi al consumo e la sterilizzazione del suo effetto moltiplicativo sull’inflazione, sono entrate finalmente a pieno titolo nel dibattito politico circa le misure fiscali possibili per schermare dalle ricadute della crisi petrolifera famiglie e imprese. Ma possono costituire solo una soluzione tampone dell’emergenza.
I prezzi alla pompa dei carburanti stanno impennandosi ulteriormente dopo la chiusura pressoché totale degli stretti marini attraverso i quali passa oltre il 30 per cento del fabbisogno mondiale di greggio, di prodotti raffinati e anche una quota consistente di fertilizzanti fondamentali per la produzione agricola.
A detta del Codacons “solo nei mesi di luglio e agosto la spesa complessiva degli italiani per i rifornimenti di carburante è destinata a raggiungere quota 10,8 miliardi di euro, in aumento di +1,9 miliardi di euro rispetto quanto pagato nello stesso periodo del 2025”. E, ai prezzi attuali, lo Stato incasserebbe tra luglio e agosto circa 5,6 miliardi euro grazie alla tassazione sui carburanti. L’associazione ha realizzato una elaborazione sui dati dell’escalation dei prezzi alla pompa chiedendo al governo di intervenire con un taglio delle accise, “che vanno ridotte subito di almeno 15 centesimi di euro per riportare il gasolio sotto i 2 euro al litro ed evitare il salasso sulle vacanze estive degli italiani” .Luglio e agosto sono i mesi dell’anno in cui si concentrano i maggiori consumi di carburante sulla rete ordinaria (strade e autostrade) in virtù degli spostamenti estivi degli italiani – spiega il Codacons. In questo bimestre, infatti, si acquistano sulle nostre strade in media circa 2,2 miliardi di litri di benzina e 3,1 miliardi di litri di gasolio. Considerando il prezzo medio mensile dei carburanti a luglio (nel periodo 1-24 luglio), gli automobilisti spenderanno nell’intero mese circa 5,64 miliardi di euro per i propri rifornimenti. Di tale cifra, 2,93 miliardi di euro finiranno nelle tasche dello Stato grazie a Iva e accise che oggi pesano per il 53,3% su ogni litro di benzina e per il 51% su ogni litro di gasolio. A parità di consumi e considerato il prezzo medio mensile dei carburanti a luglio 2025, gli italiani spenderanno a fine mese la bellezza di 841 milioni di euro in più solo per gli acquisti di benzina e gasolio. L’associazione evidenzia poi come, tra riordino delle accise varato a inizio anno dal governo e guerra in Iran, fare il pieno di gasolio risulti oggi molto più costoso rispetto alla scorsa estate: un litro di diesel costa infatti il 30,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, pari ad un aggravo di spesa da +25 euro a pieno. Va meglio per la benzina che, beneficiando del riallineamento delle accise, costa oggi il 14,4% in più su base annua, +12,4 euro a pieno – calcola il Codacons.
tuttavia il solo taglio delle accise, che frutterebbe in definitiva pochi centesimi, appare del tutto insufficiente a compensare anche solo momentaneamente le ricadute negative su bilanci famigliari e aziendali già fortemente provati da una politica energetica dissennata, in attesa di un accordo diplomatico tra Usa e Iran da un lato e Europa e Russia dall’altro che non è al momento alle viste.
La guerra degli Stretti si innesta in un quadro macroeconomico italiano già desolante. Le retribuzioni contrattuali reali sono in calo dal 1990. I margini sempre più ridotti delle piccole imprese, soprattutto nel settore distributivo, hanno portato a un incremento delle chiusure del 30 per cento rispetto all’ anno scorso. Le medie imprese si stanno indebitando per pagare le bollette scommettendo ottimisticamente in un cambiamento della congiuntura che sanno non sostenibile oltre il breve periodo, mentre le grandi proseguono nella ristrutturazione produttiva e delocalizzano secondo piani stabiliti da tempo. È chiaro quanto il paese sia spaventosamente in ritardo rispetto alla pianificazione e alla realizzazione dei progetti di potenziamento, fino all’autosufficienza, della produzione di energia rinnovabile, impantanati in folli ideologie no green che hanno creato una irresponsabile battuta d’arresto anche a livello europeo.
Sul tavolo del governo Meloni ora ci sono 14 miliardi di euro di investimenti concessi dall’ Unione europea. Non sono a fondo perduto, come i tanti messi a disposizione dal Pnrr e rimasti incredibilmente inutilizzati. Ma possiamo indebitarci questa volta a fin di bene, investendo senza sforare i vincoli di bilancio per realizzare infrastrutture che ci aiutino ad allentare, fino a liberarcene, il cappio messo intorno al collo della nostra economia e della nostra politica estera dai produttori e dai controllori dei flussi di gas e petrolio.
In fin dei conti coprire tutte le superfici utilizzabili di pannelli solari, estrarre energia geotermica da un sottosuolo in gran parte vulcanico e sfruttare il moto ondoso davanti a ottomila chilometri di coste, – per produrre, con le moderne tecnologie, energia sufficiente per alimentare case, uffici, negozi, fabbriche e trasporti a prezzi irrisori – ci costerebbe come il ponte di Messina. Ma con ricadute positive imparagonabili: la filiera produttiva e l’indotto di servizi che si innesterebbero programmando a spese dello Stato lo sviluppo di reti distributive e l’avvio di nuove fabbriche, centri di ricerca e progettazione, costituirebbe un importante nuovo asset su cui avviare la ripresa del paese. L’Enel è già un importante produttore europeo di pannelli solari e l’Eni potrebbe mettere a disposizione infrastrutture e know how tra i più avanzati del mondo. Senza contare i benefici per la lotta al surriscaldamento del pianeta e delle nostre città. Attendiamo che al governo del paese torni la programmazione economica e finanziaria.













