Giovannini: l’evasione blocca il paese, spostare la tassazione su consumi energia e materie prime

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Di Luciano Cerasa

“L’evasione fiscale rallenta la crescita economica e l’innovazione”.  Economista e statistico, Enrico Giovannini è presidente della Commissione per la redazione della relazione annuale sull’economia osservata e sull’evasione fiscale e contributiva del ministero dell’Economia. E’ stato ministro del Lavoro nel governo Letta, presidente dell’Istat ed è il portavoce dell’Asvis, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, una rete di oltre 200 tra associazioni, università e centri di ricerca.

Partiamo dai dati: quanti sono in Italia le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale?

Secondo i dati Istat riferiti all’Italia, nel 2017 il 28,9% dei residenti in Italia era in questa condizione (il dato medio UE è pari al 22,4%). Si tratta di quasi 17 milioni di persone, tra le quali circa 6 milioni sono in una situazione di grave deprivazione materiale, cioè segnala almeno quattro delle nove condizioni di deprivazione definite a livello europeo.  Ci sono poi forti disuguaglianze territoriali: nel Nord-Est la percentuale è del 16,1%, nel Mezzogiorno del 44,4%.  

Per sconfiggere la povertà e ridurre le disuguaglianze servono più risorse pubbliche?

Non necessariamente. Le principali disuguaglianze si formano prima dell’intervento pubblico ed è lì dove bisogna intervenire prima di tutto. Pensi al “gender pay gap”, cioè alle differenze salariali tra donne e uomini a parità di mansione svolta. Oppure ai bassi salari pagati dalle tantissime piccole imprese inefficienti che sopravvivono ai margini del sistema economico. O ai milioni di persone che lavorano in nero con salari al disotto dei minimi di legge. Quando pensiamo alle politiche pubbliche non dobbiamo solo concentrarci su quelle distributive, ma dobbiamo rafforzare quelle pre-distributive, che spesso non costano.

Eppure, tutte o quasi le forze politiche danno per scontato che la priorità per far ripartire il paese è abbassare le tasse

Abbassare la pressione fiscale fa certamente bene alla crescita economica, ma questo da solo non è sufficiente a risolvere i problemi del nostro Paese. Abbiamo bisogno di fare un “salto” verso l’economia “digi-circolare”, cioè digitale e circolare insieme, in grado di aumentare l’efficienza, sviluppare nuovi prodotti e rispettare l’ambiente, e la politica fiscale potrebbe dare un contributo decisivo in questa direzione, come gli incentivi all’industria 4.0 hanno dimostrato. Ogni anno lo Stato spende 16 miliardi di sussidi a imprese e famiglie che fanno male all’ambiente e 15 miliardi che invece fanno bene, mentre una legge del 2015 dice che i primi vanno trasformati in incentivi allo sviluppo sostenibile. Ma nulla è accaduto da allora. Ora si parla di “flat tax” e di altri interventi sul sistema fiscale, ma si resta all’interno del vecchio modo di pensare a quest’ultimo. Dovremmo tassare molto di più l’uso di energie non rinnovabili e della materia, detassando il reddito e gli investimenti. Questo sarebbe un modo innovativo e utile di impostare la discussione, ma ben pochi si concentrano su questa visione integrata. Va poi affrontato seriamente l’aspetto del trasferimento di ricchezza, sempre più concentrata nelle mani dei super-ricchi, da una generazione all’altra.     

Quanto pesa il sistema fiscale nella sostenibilità di un’economia avanzata e la sua efficienza nel ripartire equamente il reddito?

Pesa tantissimo, ma, come ho già detto, una più equa distribuzione delle opportunità e dei risultati nasce ancora prima della formazione del reddito e della ricchezza. Pensiamo alle disuguaglianze nell’accesso all’istruzione di qualità, specialmente quella universitaria. L’Italia ha una quota elevata di abbandoni scolastici, forti disuguaglianze di risultato (basti pensare ai recenti test Invalsi) e una percentuale bassissima di laureati. Ma le risorse orientate ad assicurare veramente il diritto allo studio sono risibili. L’attuale sistema fiscale è vecchio nell’impostazione concettuale ed è frutto di innumerevoli interventi specifici, che lo hanno trasformato in un “groviglio inestricabile da cui nessuno cava più i piedi”, come scriveva Einaudi già nel 1964. Una forza politica che volesse offrire al Paese una seria visione per il suo futuro su questo dovrebbe impegnarsi a fondo.      

In Italia lavoratori e pensionati sopportano oltre il 90 per cento del prelievo fiscale e l’evasione fiscale è molto diffusa

E non sembra che questa sia una priorità nel dibattito pubblico e politico, il che è un grave errore. La Commissione che presiedo al Ministero dell’Economia e delle Finanze pubblica annualmente una relazione dettagliata che quantifica il fenomeno dell’evasione fiscale e contributiva, si tratta di circa 110 miliardi di euro all’anno, ma le forze politiche sia di maggioranza che di opposizione e i media appaiono disinteressati ai risultati del nostro lavoro, benché si tratti di una relazione che non ha uguali al mondo per dettaglio e tempestività. E l’evasione non è solo una questione di equità, perché c’è una forte correlazione tra alta propensione all’evasione e bassa crescita della produttività, sia a livello d’impresa che di settore di attività. Quindi, l’evasione rallenta la crescita economica e l’innovazione.

Con la diffusione della robotica sarà ancora il lavoro il mezzo con cui ripartire il reddito?

Il disegno di un sistema fiscale in un mondo a forte presenza di robot richiederà molta creatività, ma non credo sia un problema insolubile, soprattutto se saremo nel frattempo passati ad un sistema che, oltre che essere più giusto sul piano intergenerazionale, tassa di più l’impiego delle materie e dell’energia e meno i redditi prodotti.