Settimo Rapporto annuale Lef sull’Irpef

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il 19 giugno scorso, presso la sede della Link Campus University a Roma, l’associazione per la legalità e l’equità fiscale (Lef) ha presentato il suo settimo Rapporto sull’Irpef: “Indagine conoscitiva sulla struttura dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Anni d’imposta 2003-2017)”.

L’indagine viene condotta ogni anno per Lef utilizzando la banca dati delle dichiarazioni dei redditi ed è elaborata dal nostro ufficio studi guidato dall’ingegner Lelio Violetti, ex responsabile dell’Ufficio studi della Sogei, la società pubblica di gestione dell’Anagrafe tributaria. 

Dichiarazioni 2003-2017: fuga dall’Irpef

Nei dati rilevati nel periodo 2003-2017 si riscontra un graduale e continuo allontanamento dalla progressività dell’Irpef dei redditi diversi da lavoro dipendente e pensione. Tanto che viene il dubbio se non sia più appropriato inserire una “L (lavoro)” nell’acronimo IRPEF, chiamandola Imposta sui Redditi da Lavoro delle Persone Fisiche. E’ questa una delle principali conclusioni alla quale è giunto il settimo Rapporto sull’andamento delle dichiarazioni Irpef elaborato dall’ufficio studi di Lef, l’associazione per la legalità e l’equità fiscale. La ricerca è stata presentata oggi a Roma presso la sede della Link Campus University.

La serie storica 2003-2017 evidenzia una graduale e progressiva espansione dei redditi da lavoro (dipendente ed autonomo). Se si tiene conto che anche parte della Partecipazione deriva da associazioni di professionisti, i redditi da lavoro costituiscono circa il 95% del reddito complessivo dichiarato. Nel 2003 tale percentuale era meno dell’85%. Nel 2017 la distribuzione dell’imposta sulle varie categorie di contribuenti disegna una “torta” per il 55% composta dal lavoro dipendente e il 27% da pensionati, il 6% da lavoro autonomo, il 5% da redditi da partecipazione e 4% da altre tipologie di reddito.

Oltre all’uscita di alcune tipologie di reddito dal campo di applicazione dell’imposta (in particolare redditi da capitale, gran parte dei redditi immobiliari e una parte dei redditi derivanti dall’esercizio di una attività economica) il fenomeno è determinato anche dal costante diminuire in tutto il periodo del numero di soggetti che esercitano, come persona fisica o come partecipanti a società di persone, attività d’impresa, prevalentemente artigiani e commercianti. I soggetti con reddito d’Impresa si sono ridotti, rispetto al 2003, del 28,3%.

I redditi medi sono i più penalizzati, Il peso maggiore dell’IRPEF grava sui contribuenti con reddito complessivo compreso fra 35.000  e 50.000 euro che subiscono un’aliquota media pari al 24,04%. In generale l’aliquota media (imponibile/imposta) dell’IRPEF del 2017 è piuttosto elevata ed è pari al 19,63 % (nel 2007 era pari al 19,21%).

Dal punto di vista dell’equità, nei valori delle aliquote medie per scaglione d’imposta c’è uno squilibrio a vantaggio di quelle che gravano sui redditi sopra i 50.000 euro con una sostanziale concentrazione del prelievo sui redditi medi fra 20.000 e 50.000 euro. Esiste inoltre una considerevole riduzione delle aliquote medie effettive rispetto alle teoriche. Ad esempio nello scaglione fra 20.000 e 35.000 euro l’aliquota teorica varia dal 23% al 27% valore massimo rispetto al 17,39 del valore medio effettivo. Così nello scaglione fra 35.000  e 50.000 euro l’aliquota teorica varia dal 23% al 38% valore massimo, rispetto al 24,04% valore medio effettivo. Questo dipende dal complesso sistema di agevolazioni (oltre 150 fra deduzioni, detrazioni e crediti) che coprono a pioggia (e spesso in modo casuale) tutti i settori di spesa. Ormai oltre 15 milioni di contribuenti non possono detrarre/dedurre, per assenza d’imposta da pagare (incapienza), in tutto o in parte, per un importo complessivo pari a oltre 10 miliardi d’imposta. Il credito d’imposta degli 80 euro, amplifica il fenomeno dell’incapienza.

Flat tax

Come è facilmente ricavabile dai dati l’introduzione d’una aliquota unica al 15% per tutti non darebbe alcun vantaggio (anzi un aggravio) ai contribuenti fino a 20.000 euro  mentre darebbe considerevoli e ingiustificati guadagni man mano che l’imponibile cresce. Come si può riscontare nei dati circa il 10% dei Lavoratori autonomi con partita IVA e il 38% degli imprenditori persone fisiche a contabilità semplificata non avranno alcuna convenienza dalla tassa piatta. Queste percentuali così alte derivano dal fatto che per gran parte di questi soggetti le perdite dichiarate annullano l’imposta dovuta.  Inoltre solo nel nostro ordinamento ci sono detrazioni, come quelle per i familiari a carico e quelle oggettive per tipologia di reddito, decrescenti al crescere del reddito.

Le detrazioni decrescenti al crescere del reddito provocano il fenomeno iniquo, per i contribuenti ai quali spettano, che le aliquote marginali previste dalla legge nei diversi scaglioni non corrispondano più a quelle effettive.

L’evasione fiscale

Per l’IRPEF, il cui importo stimato è pari a circa 35 miliardi di € su un totale di oltre 100 miliardi € si tratta d’un fenomeno di massa i cui valori, in termini d’importi individuali, non raggiungono in genere cifre importanti per cui il recupero richiederebbe un ingente incremento delle risorse umane impiegate nei controlli.

Le tabelle che mettono a confronto l’andamento del PIL con i redditi e l’imposta indicano, in merito al contrasto all’evasione, che i controlli dell’amministrazione finanziaria non hanno nel tempo inciso significativamente sull’aumento dell’adesione spontanea all’obbligo dei contribuenti sottoposti ad accertamento e non hanno avuto un effetto di deterrenza sugli altri evasori.  L’intervento dell’amministrazione, pur recuperando cifre che complessivamente hanno raggiunto importi considerevoli, visto il numero di contribuenti interessati è stato parziale e limitato e questa attività non si è pertanto riflessa sul dichiarato degli anni successivi come dimostrano ampiamente i dati contenuti nel rapporto.

La tracciatura, come è ormai convinzione diffusa e praticata in tutti i sistemi fiscali dei paesi economicamente avanzati, sembra l’unica arma che le amministrazioni fiscali posseggono per combattere l’evasione di massa. In questa ottica Lascia molto perplessi la scelta di abbinare all’esenzione dall’IVA anche il pagamento d’una imposta forfetaria in sostituzione dell’IRPEF e delle addizionali.  Questa scelta ha aperto la strada ad una deregolamentazione completa degli esercenti un’attività economica persone fisiche fino all’introduzione per loro dal 2019 d’una aliquota unica al 15% forfetaria e sostitutiva dell’IRPEF.

Questi contribuenti non solo sono esenti dall’IVA ma non sono obbligati anche alla fatturazione elettronica, vanificando in questo modo gran parte dell’efficacia di questo strumento nella lotta all’evasione.

Prospettive ed ipotesi di cambiamento

Dall’elenco delle criticità risulta evidente che è necessario intervenire sull’IRPEF per renderla più giusta, più equa, più semplice e con adempimenti meno onerosi.  Per procedere in tal senso è tuttavia fondamentale avere degli obiettivi e degli scopi razionali ed adeguati altrimenti si rischia, come è avvenuto molte volte in passato, di aggiungere ulteriore disordine alla già precaria situazione attuale. Obiettivo primario delle modifiche dovrebbe essere il recupero dell’ingente evasione in quanto solo recuperando risorse in quest’ambito si può disporre di risorse per modificare e rendere più equa la struttura dell’imposta.

Sembra del pari assurdo ed illogico abbandonare il dettato costituzionale della progressività dell’imposta in quanto in tutti i paesi economicamente avanzati le risorse dell’imposta personale sono utilizzate per ridistribuire la ricchezza a sostegno degli individui e delle famiglie meno fortunati.

Dal punto di vista tecnico, infine, occorre introdurre misure che eliminino tutte quelle storture fonti di iniquità che riportino la gestione dell’imposta nei limiti delle caratteristiche di un imposta personale che riguarda la gran parte degli italiani e non può per questo essere utilizzata a fini extrafiscali.