Per la Cassazione non fu evasione, assolti Dolce e Gabbana

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Depositata la sentenza di assoluzione, per i magistrati di Piazza Cavour la riorganizzazione del gruppo D&G era sostenuta da robuste ragioni extrafiscali.

Dolce e Gabbana assolti perché “il fatto non sussiste”. È quanto scritto dai giudici della Corte di Cassazione nella motivazione, appena depositata, della sentenza del 24 ottobre 2014 con cui hanno assolto Domenico Dolce e Stefano Gabbana dall’accusa di evasione fiscale per aver fittiziamente trasferito i marchi “D&G” alla Gado Sarl, società di comodo con sede in Lussemburgo. Secondo la Corte “appare chiaro l’errore di diritto nel quale sono incorsi i giudici di merito- che avevano condannato i due stilisti a un anno e sei mesi e a un risarcimento di 500mila euro- secondo i quali la “esterovestizione” della società Gado Sarl deriva dal fatto che si trattava di società apparentemente localizzata nel Principato di Lussemburgo ma di fatto gestita da Milano”. Un’impostazione fuorviante “che ha condizionato la soluzione dell’intera vicenda, esaminata senza tenere in considerazione l’incontestata sussistenza delle robuste ragioni extrafiscali ispiratrici della riorganizzazione del gruppo Dolce e Gabbana”. Escluso anche il dolo di evasione perché, scrivono ancora i giudici, “l’esclusivo perseguimento di un risparmio fiscale non è di per sé sufficiente a dimostrarlo” e di conseguenza viene meno il reato di concorso in omessa dichiarazione in quanto se i comportamenti posti in atto dagli autori principali non sono rilevanti “a maggior ragione non possono esserlo nei confronti di altri soggetti”. Per questo, concludono i magistrati, “il titolo della condanna al risarcimento del danno è inesistente” e dunque “il danno individuato dai giudici di merito e liquidato in favore dell’Agenzia delle entrate non può essere in alcun modo qualificato come “non patrimoniale”, e men che meno morale”.

Nessuna esterovestizione. La sentenza chiude così una trafila giudiziaria iniziata nel 2007, quando Gdf ed Entrate mettono gli occhi su una riorganizzazione sospetta operata nel 2004 dal gruppo “D&G”. A finire nel mirino del fisco è la Gado Sarl, società costituita nel Granducato e controllata dalla Dolce&Gabbana Luxemburg, cui la milanese D&G srl cede le royalties per lo sfruttamento dei marchi per 360 milioni di euro. Per l’accusa una scatola vuota, di fatto gestita in Italia e creata al solo scopo di eludere l’imposizione italiana.

Non per i giudici della Suprema Corte, per i quali “non può costituire criterio esclusivo di accertamento della sede della direzione effettiva l’individuazione del luogo dal quale partono gli impulsi gestionali o le direttive amministrative”. Nel caso in questione, poi, “il carattere abusivo deve essere escluso per la compresenza, non marginale, di ragioni extra-fiscali che non si identificano necessariamente in una redditività immediata dell’operazione, ma possono essere anche di natura meramente organizzativa, e consistere in un miglioramento strutturare e funzionale dell’impresa”. Ne deriva che “il vantaggio fiscale non è indebito sol perché l’imprenditore sfrutta le opportunità offerte dal mercato o da una più conveniente legislazione fiscale” e di conseguenza “il giudice non può adottare un criterio interpretativo che limiti, di fatto, la libertà di stabilimento” poiché “l’imprenditore può decidere di collocare le proprie strutture dove meglio ritiene”.