Evasione al 13%, ogni italiano nasconde in media 2.000 euro

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Rentier, autonomi e imprenditori guidano la classifica dei furbi. Lo dice il rapporto preparato da uno dei tavoli di lavoro per la riforma del fisco che stima l’economia sommersa tra 255 e 275 miliardi. L’evasore-tipo è giovane, maschio e vive al Centro-Nord.

Oltre 2.000 euro, per la precisione 2.093: a tanto ammonta la somma che in media ogni italiano nasconde al fisco, contribuendo ad alimentare un’economia sommersa dalle dimensioni enormi stimata intorno ai 255-275 miliardi di euro, tra il 16 e il 17% del Pil. I dati arrivano dalla bozza del rapporto sull’ “economia non osservata” elaborato dal tavolo di lavoro sulla riforma fiscale guidato dal presidente dell’Istat Enrico Giovannini, e che verrà discusso lunedì dalle parti sociali. Il rapporto fissa a 2.093 euro la somma media evasa da ogni contribuente, pari al 13,5% del reddito dichiarato. La cifra è stata ottenuta in base al confronto, realizzato su dati del 2004, tra i redditi delle famiglie raccolti in forma anonima da Bankitalia e quelli dichiarati dai contribuenti: se per via Nazionale il reddito medio ammonta a 15.449 euro, quello dichiarato al fisco scende a 13.356 euro.

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Le maggiori “dimenticanze” riguardano i rentier, che raggiungono l’83,7% di reddito Irpef non dichiarato, riuscendo a nascondere al fisco ben 17.824 euro; seguono i lavoratori autonomi e gli imprenditori, che non dichiarano il 56,3% del reddito, e gli autonomi che possono contare su un altro stipendio o su una pensione (44,6%), al contrario, i pensionati dichiarano in media 83 euro in più rispetto alle rilevazioni di Bankitalia. Gli uomini evadono più delle donne (con tassi rispettivamente del 17,3% e del 9,9%) e i giovani più degli anziani: il tasso di evasione scende dal 19,9% degli under 44 al 10,6% della fascia 44-64, per toccare il 2,7% oltre i 64 anni. Si evade più al Centro, dove in media il 17,4% del reddito non viene dichiarato, meno al Nord (14,8%) e nel Mezzogiorno (7,9%).

Per quanto riguarda l’economia sommersa, il rapporto conferma i dati già diffusi dall’Istat riferiti al 2008, che stimavano in 225-275 miliardi il valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso: una somma enorme che va dal 16,3 al 17,5% del Pil, in lento miglioramento rispetto al 2000, quando oscillava tra il 18,2 e il 19,1%. Per quanto riguarda il contributo dei diversi settori alla formazione del “nero”, la parte del leone la fa il terziario, con 212 miliardi, seguito dall’industria, con 52,8 miliardi, e dall’agricoltura, con 9 miliardi. Se si guarda invece al prodotto sommerso rispetto a quello totale nei singoli settori, in cima alla classifica l’agricoltura (32,8%), seguita da industria (12,4%) e terziario (20,9%).

Più della metà del sommerso (il 55,6%) dipende dalla “correzione del fatturato e dei costi intermedi”, ma una parte importante, pari al 37,2%, è rappresentata dal lavoro non regolare, che produce reddito non dichiarato senza ricevere contributi sociali. Nel 2009 sono infatti salite a 2,9 milioni le “unità di lavoro non regolari” ma, dal momento che le Ula rappresentano prestazioni a tempo pieno, i lavoratori in nero, spesso impegnati in lavori part time o saltuari, sono certamente più numerosi. Si tratta del 12,2% del totale delle unità di lavoro, in crescita rispetto ai 2,8 milioni del 2008 ma in leggero miglioramento rispetto ai 3,2 del 2001, anche perché nel corso del decennio l’introduzione di contratti più flessibili ha fatto crescere le unità di lavoro regolari.