Evasione: La Francia fa meglio dell’Italia? Il paragone non regge, meglio seguire la regola del tre

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Di Lelio Violetti

Notizie di stampa parlano di un forte recupero di evasione da parte del sistema fiscale francese e si invita il governo italiano a imitarne il modello. Innanzitutto sarebbe opportuno chiarire, non essendo specificata la fonte, da dove provenga la cifra del monte evasione francese in quanto dai dati dell’Unione Europea la compliance (l’adesione volontaria all’obbligo), almeno dell’IVA e delle Imposte sui redditi, è piuttosto elevata e per nulla paragonabile alla nostra che è decisamente più bassa e non di poco.

Quanto descritto negli articoli riguarda specificatamente l’evasione dei cosiddetti grandi contribuenti, che spesso è semplicemente elusione, e bene ha fatto la Francia ad attrezzarsi in questo campo con risorse altamente professionalizzate ma è bene ricordare che anche la nostra Agenzia, durante la direzione della Orlandi, aveva cercato di mettere in campo e formare personale adeguato allo scopo. La domanda da farsi è che fine ha fatto quel progetto.

In merito al confronto con i metodi dl contrasto all’evasione con il nostro Paese c’è, inoltre, da osservare che la gran parte della nostra proviene dalla massa dei piccoli contribuenti e forse sarebbe opportuno guardare alla Francia, come esempio,  più in questo campo che in merito al controllo dei grandi contribuenti che richiede e impegna poche risorse con competenze elevate sul totale delle forze dell’Agenzia e della Guardia di Finanza.

Infatti la forza dell’Amministrazione francese è nella fase preventiva, da noi assente, che si esplicita in una proposta di dichiarazione che questa fa ogni anno ai contribuenti autonomi. È attraverso questa che mantiene elevata l’adesione spontanea ai loro obblighi più in linea con i loro ricavi effettivi. 

Fase che si potrebbe sviluppare anche da noi in poco tempo visto il livello tecnologico e la quantità di informazioni disponibili nelle banche dati della nostra Agenzia. Stranamente di questo però nessuno ne parla. Anzi si poteva sviluppare da almeno una quindicina d’anni senza inseguire la perfezione di strumenti come gli studi di settore che si basavano sull’auto-dichiarazione e nei fatti in questi ciascuno dichiarava quello che voleva con l’unico obiettivo di rendere congruenti i suoi ricavi.

Tecnicamente la nostra evasione è battibile e già da molto tempo in quanto l’esperienza internazionale dimostra chiaramente che per aumentare l’adesione spontanea all’obbligo sono necessari tre semplici interventi che agiscono a monte della presentazione della dichiarazione. Infatti è ormai a tutti chiaro che inseguire i piccoli con l’accertamento a posteriori è dispendioso e altamente infruttuoso. Nonostante i gettiti recuperati vantati se si guardano i dati dell’ultimo quindicennio delle dichiarazioni dei redditi ci si rende conto che tutta questa attività di controllo ha influito poco o nulla sull’aumento dell’adesione spontanea.

I tre interventi sono:

  • fatturazione elettronica (prima c’era l’elenco clienti e fornitori IVA) estesa a tutti compresi i forfetari;
  • tracciatura del consumo finale con registratori di cassa, bancomat e carte;
  • estensione della precompilata agli autonomi con una proposta al contribuente di quanto l’amministrazione si aspetta da lui sulla base dei dati sui ricavi, sul reddito, sul patrimonio e sui saldi finale ed iniziale del suo conto corrente (da anni l’anagrafe tributaria possiede le informazioni sui conti che non vengono per la privacy utilizzate).

Questa è la strada con cui gli altri paesi mantengono alta la compliance ma tutto ciò da noi non si vuole fare in quanto la nostra classe politica è ormai schiava dei voti degli autonomi e delle associazioni che li rappresentano.