Menarini, Aleotti si arrende al fisco e versa 330 mln

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Il patron della Menarini Alberto Aleotti, stacca un assegno di 330 milioni per fare pace col fisco. Indagato dalla procura di Firenze per frode fiscale e truffa il nome di Aleotti era apparso già nella lista della banca Lgt del Liechtenstein.

A rendere nota la cifra esatta è stata l’Agenzia delle entrate dopo che alcuni mezzi d’informazione avevano ipotizzato la cifra di 3 miliardi. Il proprietario del gruppo farmaceutico ha raggiunto un acordo con il fisco in base al quale si impegna a versare nelle casse dello Stato, in unica soluzione, circa 330 milioni di euro, a fronte di un accertamento di 500 mln. La richiesta dell’Agenzia delle Entrate nasce da verifiche eseguite sul patrimonio personale di Alberto Aleotti, nell’ambito della più ampia indagine giudiziaria della Procura di Firenze per truffa allo Stato e frode fiscale sui titolari e i dirigenti della Menarini. In particolare è risultato che Aleotti avesse fatto rientrare dall’estero capitali per circa un miliardo di euro nel 2003, avvalendosi dello scudo fiscale, ritenuto in questo caso inefficace dall’erario per difetto dei requisiti.

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L’acceramento nei confronti di Aleotti rappresenta il caso più rilevante di evasione internazionale concluso con esito positivo per l’erario. Un risultato a cui ha contribuito la normativa che ha introdotto la presunzione che i capitali detenuti all’estero e non dichiarati costituiscano redditi non tassati in Italia. Nel corso del 2010, secondo quanto comunicato dall’Agenzia, le 125 segnalazioni trasmesse agli Uffici in seguito a indagini e controlli sugli illeciti fiscali internazionali hanno portato alla luce attività estere e trasferimenti non dichiarati per oltre 7,5 miliardi di euro.

Aleotti era all’attenzione del fisco da tempo. Nella lista del Liechtenstein il suo conto era il più consistente con un deposito di circa 476 milioni. Una cifra che non era passata inosservata. All’epoca il patron della Menarini aveva assicurato che tutte le disponibilità finanziarie, in Italia e all’estero, erano “regolarmente ed integralmente assoggettate a tassazione”. Una tesi che evidentemente non ha convinto i funzionari del fisco e la procura di Firenze che all’argando ll’indagine hanno ipotizzato  una serie di pesanti accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla frode fiscale fino alla ricettazione.