Riflessioni sull’IRPEF e la campagna elettorale

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L’Imposta sul reddito personale, l’IRPEF, non poteva non essere uno dei temi al centro della campagna elettorale in corso, sia perché riguarda la gran parte degli italiani ma anche, e soprattutto, perché è una delle imposte più evase con un prelievo non equilibrato che grava con aliquote molto alte soprattutto sui redditi medi, tra i 25.000 e i 40.000 €, percepiti in prevalenza da soggetti che non possono dichiarare il falso, lavoratori dipendenti e pensionati.

Inoltre l’RPEF negli anni si è progressivamente trasformata in una imposta la cui determinazione è particolarmente complicata, contorta, macchinosa e, in alcuni casi, addirittura oscura.

Conseguentemente la fase dichiarativa dell’IRPEF impegna ogni anno milioni di persone, costrette a conservare centinaia di milioni di pezzi di carta per usufruire correttamente delle oltre cento agevolazioni concesse, sotto forma di deduzioni, detrazioni e crediti, in ogni campo ed in ogni settore economico e sociale.

Tra l’altro i vantaggi di una buona parte di queste agevolazioni non possono essere goduti in tutto o in parte da un terzo dei contribuenti, proprio i più bisognosi, la cui imposta dovuta è minore dell’importo risultante dalle agevolazioni stesse.

Nonostante l’impegno dell’Agenzia delle Entrate con la dichiarazione precompilata sono ancora oltre 15 milioni i contribuenti, lavoratori dipendenti e pensionati, che sono costretti ogni anno a ricorrere per la compilazione della dichiarazione all’intermediazione dei Centri di Assistenza Fiscale e dei professionisti esperti di tributi.

L’impegno dichiarativo si trasforma, quindi, in un gigantesco appuntamento di massa che impegna decine di milioni di persone con migliaia di ore di lavoro perse, con lunghe code agli sportelli degli intermediari, con ingenti spese per fotocopie, stampe, scannerizzazioni, software di compilazione, ecc.. Il quesito è se queste risorse, tra cui un cospicuo intervento dello stato per gli intermediari, non possano essere sfruttate in modo più produttivo con un impianto normativo dell’IRPEF più semplice?

A questo va aggiunto che nonostante il numero delle agevolazioni presenti nella nostra IRPEF, le detrazioni a protezione della famiglia, sono d’importo assai modesto rispetto a quelle concesse, in altri Paesi comparabili con il nostro, attraverso il sistema fiscale. In molte realtà, come ad esempio il Regno Unito, il sostegno alla famiglia non passa attraverso il fisco ma viene fornito attraverso trasferimenti diretti.

Eppure la riforma con cui fu introdotta l’IRPEF nel 1973, a quel tempo tra le più avanzate ed innovative, conteneva al suo interno tutti quegli elementi di equità e semplicità per far diventare, come poi è diventato, il nostro sistema fiscale un sistema di massa che si rivolge a milioni di contribuenti.

Con il passare dei decenni, però, le regole alla base della determinazione dell’imponibile e del calcolo dell’imposta con continue modifiche sono diventate sempre più complesse al punto che oggi sono presenti nell’IREPEF ben cinque percentuali di detraibilità delle spese agevolate (19%, 26%, 41%, 50% e 65%). E, cosa unica tra i sistemi fiscale dei Paesi comparabili con il nostro, esistono due tipologie di detrazioni (per carichi familiari e per redditi da lavoro) e un credito d’imposta (bonus di 80 € mensili per i dipendenti) decrescenti al crescere del reddito.

La decrescenza di queste ultime tre agevolazioni, oltre a occupare decine di pagine di istruzioni per determinare correttamente l’importo a cui si ha diritto, dà vita, anche, ad una non corrispondenza tra le aliquote reali e quelle effettive, contribuendo non poco ad inquinare l’imparzialità dell’applicazione dell’imposta.

È interessante, quindi, esaminare e valutare come le diverse proposte elettorali dei partiti si pongano nei confronti di tali criticità; su quali di queste, in particolare, si concentrino e se, in prospettiva, pongano o meno le basi per superarle.

Di certo l’aliquota unica, la cosiddetta tax-flat, proposta da Lega e Forza Italia, con l’eliminazione di tutte le agevolazioni (deduzioni, detrazioni e crediti) sembra, a prima vista, quella che con un solo intervento dà risoluzione a gran parte dei mali di cui soffre l’IRPE.

C’è, tuttavia, nella proposta dell’aliquota unica un vizio di fondo, che la compromette alla base, ed è che la progressività, affidata solo ad una deduzione o a un’area non tassata, non è sufficiente a garantire il presupposto fondamentale dell’equità che vede ognuno partecipare, secondo la propria capacità contributiva o meglio secondo il reddito da lui prodotto, al finanziamento dei servizi della comunità a cui appartiene.

L’adozione di un’aliquota unica si trasforma, alla fine, in un sostanziale e cospicuo regalo ai più ricchi. È anche piuttosto incerto, se non addirittura assai improbabile, che riesca a ridurre l’evasione, l’altro principale obiettivo su cui si fondano sia la proposta della Lega e che quella di Forza Italia.

Per comprendere la portata di questa affermazione basta dare un’occhiata alle tabelle delle aliquote, applicate all’imposta personale, di Paesi, economicamente comparabili con il nostro come Francia (dal 14% minima al 45% massima), Regno Unito (dal 20% al 45%), Spagna (dal 4% al 34% più quelle regionali in genere uguali a quelle statali) e Stati Uniti (dal 10% al 39,6%).

Inoltre la proposta di Forza Italia e della Lega non protegge sufficientemente, rispetto alla situazione attuale, i redditi più bassi reintroducendo nei fatti, la Lega con la proposta di salvaguardia e Forza Italia con il mantenimento di alcune delle deduzioni e crediti, le complessità attuali.

La proposta del M5S concentra la sua attenzione, in particolare, sui redditi medi e pone la basi con l’abbassamento delle aliquote per un alleggerimento del loro carico fiscale. Così come è formulata la proposta non affronta le altre problematiche. Se il M5S verrà chiamato a responsabilità di governo sarà, pertanto, interessante capire come intende affrontare la modifica dell’IRPEF nel suo insieme e in rapporto, ad esempio, all’introduzione del reddito di cittadinanza.

Anche la proposta del Partito Democratico si limita a prospettare una soluzione per due criticità: l’inadeguato sostegno alla famiglia con nuovi importi delle detrazioni per i figli e l’estensione, con le stesse regole dei dipendenti, del bonus mensile degli 80 € alle partite IVA.

La proposta del Partito Democratico non affronta, e probabilmente sottovaluta, i problemi tecnico-organizzativi conseguenti a questi due provvedimenti che potrebbero ulteriormente aggravare la già pesante situazione gestionale dell’IRPEF con l’erogazione, senza un soggetto terzo come il datore di lavoro, di trasferimenti diretti a chi non ha sufficiente imposta per compensare il beneficio (incapienti).

La proposta di Liberi e Uguali, infine, è quella che si presenta, almeno sulla carta, come una vera e propria riforma dell’imposta personale in quanto nel suo insieme porta a soluzione gran parte delle criticità e pone le basi per superare quelle rimanenti.

Innanzi tutto la nuova tabella delle aliquote ridistribuisce con maggiore equità il prelievo, dando vita ad un progressività lineare senza vantaggi o svantaggi per particolari classi di reddito.

Elimina, finalmente, con l’introduzione delle detrazioni da lavoro non decrescenti d’importo fisso la non coincidenza fra aliquota marginale effettiva ed aliquota presente nella tabella per il calcolo dell’imposta.

Con l’eliminazione delle detrazioni per carichi di famiglia, sostituite da un trasferimento diretto attraverso un assegno, separa il fisco dall’assistenza ed apre la strada a trasformare in erogazione diretta anche tutte quelle agevolazioni e/o bonus sociali erogati impropriamente con la dichiarazione dei redditi, risolvendo nel contempo il fatto che gli incapienti non ne avrebbero ricevuto alcun vantaggio.