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mercoledì 20 Maggio 2026
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Legge di bilancio 2026: boom di entrate e tagli di spesa finiscono in armamenti e mance elettorali

Il ministro dell’ Economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti può vantare di essere arrivato alla manovra di bilancio per il 2026 con i conti in ordine. Tuttavia, nonostante sieda dietro la stessa scrivania del suo antico predecessore, le vere motivazioni del ministro leghista non sono proprio le stesse di un redivivo Quintino Sella.

Il rigore contabile sembra sia più indirizzato  a creare lo spazio fiscale per espandere la spesa e raggiungere i due principali obiettivi posti alla legge di bilancio di quest’anno. Il primo è onorare la cambiale firmata all’industria bellica e all’Ue, che dovrebbe portare la spesa militare italiana dagli attuali 34 miliardi di euro annui al 5% del Pil (circa 120 miliardi).

L’altro è di rafforzare ulteriormente l’ombrello fiscale fatto di sconti, detrazioni e condoni a favore del nocciolo duro di quello che viene considerato l’elettorato di riferimento: evasori seriali, redditieri, ricchi e  super ricchi. Il tutto con l’accortezza di non creare il minimo impaccio alla sostanziale defiscalizzazione delle multinazionali, europee e statunitensi, big tech in testa, sempre come richiesto da Washington sotto la minaccia di ritorsioni politiche e commerciali.

L’Italia, come annunciato da Giorgetti, prevede di rientrare nel deficit al 3% del Pil già nel 2025, anticipando le previsioni precedenti.

Centrare l’obiettivo del 3% allineerebbe l’Italia ai parametri stabiliti dal Patto di stabilità e crescita, ponendo le basi per l’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo. Ma soprattutto rimetterebbe  nella condizione di finanziare anche a debito la corsa delle spese militari del quarto tra i paesi più indebitati del mondo.

Per il Mef la riuscita della manovra dipende dall’attuazione di una serie di misure, inclusi i tagli reali alla spesa, come specificato nel Documento programmatico di finanza pubblica. Ma anche, come vedremo, da un aumento strutturale delle entrate tributarie, perseguito lasciando andare a briglia sciolta l’inflazione e sfruttando alcuni macroscopici effetti distorsivi sul prelievo fiscale Irpef e Iva indotti dall’aumento a due cifre dei prezzi registrato negli ultimi tre anni.

Il boom delle entrate

La pressione fiscale in Italia è aumentata dal 41,4% al 42,5% del Pil nel 2024, e si prevede che rimanga ai livelli attuali o aumenti ulteriormente nei prossimi anni. Escludendo il dato Covid del 2020  spinto in alto dal crollo del Pil che produsse una pressione fiscale del 42,7%, era dal 2015 che non si toccavano valori simili.  Superiamo la Finlandia, la Svezia e la Germania, tutte economie che offrono in valore salari e una rete di welfare ben superiori ai nostri.

Dalla crescita delle entrate tributarie e contributive rispetto al 2023, che hanno raggiunto nel 2024 i 1033 miliardi di euro, emergono almeno 42,8 miliardi in più di quanto previsto dal governo che vanno a comporre il “tesoretto” di Giorgetti.  Si tratta di una cifra enorme, pari al 2% del Pil. Di questi 42,8 miliardi, 38 derivano da maggiori imposte dirette e 4 da maggiori imposte indirette.

“Questo andamento eccezionale delle entrate – scrivono i ricercatori dell’Osservatorio dei conti pubblici italiani di Unicatt – sarebbe comprensibile se il Pil, le cui componenti costituiscono la principale base imponibile dei tributi, fosse cresciuto molto più del previsto. Al contrario, il Pil nominale è cresciuto meno.

L’eccezionale surplus di entrate nel 2024 viene quindi spiegato dal ministero sbrigativamente con un picco che si presume “una tantum” delle ritenute sulle rendite finanziarie e da capitale e dal positivo andamento del mercato del lavoro. Ma l’esame delle voci che lo compongono suggeriscono motivazioni molto più impopolari.

Per quanto riguarda le imposte dirette – come l’Irpef, che i lavoratori e i pensionati pagano su quanto guadagnato, oppure l’Ires, che è sui redditi delle imprese – nel complesso sono ammontate a 343,2 miliardi di euro, in crescita del 6,6% in un anno. Le imposte indirette, invece, e principalmente l’Iva, che intervengono quando un bene o un servizio viene ceduto, hanno fruttato 309,1 miliardi, +6,1% rispetto al 2023.

Ci sono poi i contributi sociali, che nel 2024 sono ammontati a 275,2 miliardi, in aumento del 4,3% sull’anno precedente.

I redditi da capitale hanno contribuito al boom delle entrate per soli 16 miliardi.

L’andamento record del gettito tributario e contributivo sembra tuttavia destinato a essere battuto già alla fine di quest’anno. Le entrate fiscali italiane nel 2025 sono in crescita per 426,9 miliardi di euro nei primi nove mesi, trainati soprattutto dalle imposte dirette e indirette. Nel primo semestre, l’aumento è stato di 33,8 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. La pressione fiscale, secondo le previsioni del governo, dovrebbe salire ulteriormente, a consuntivo dell’anno corrente, al 42,8%.

I maggiori “contributori” dei successi fiscali del governo Meloni sono i lavoratori dipendenti e pensionati, sui quali già pesa l’87% del prelievo alla fonte dell’Irpef e che sono rimasti intrappolati anche nel meccanismo del Fiscal drag.  Come se non bastasse la tassazione colpisce le stesse fasce della popolazione attraverso le imposte indirette. Sui componenti delle famiglie a basso reddito pesa maggiormente l’incidenza relativa dell’inflazione e di riflesso dell’Iva, che se non calmierata diventa di fatto un amplificatore del prelievo quando i prezzi su cui viene applicata la stessa aliquota crescono.

Secondo alcune stime relative agli effetti cumulati dell’inflazione nel periodo 2022-2024, lo Stato italiano avrebbe ottenuto un extra-gettito fiscale pari a circa 25 miliardi di euro a causa del Fiscal drag.

Altre analisi indicano un gettito annuo derivante dal drenaggio fiscale per i soli lavoratori dipendenti e pensionati che si attesta nell’ordine di 14-17 miliardi di euro o più, a seconda che si considerino o meno gli aumenti retributivi ottenuti.

A livello locale, l’aumento della pressione fiscale si è manifestato in particolare attraverso l’Addizionale regionale all’Irpef in alcune regioni, che hanno dovuto adeguare le proprie aliquote alla riforma nazionale che ha ridotto gli scaglioni da quattro a tre.

I Comuni hanno avuto tempo fino al 15 aprile 2024 per adeguare la disciplina dell’addizionale Irpef ai nuovi scaglioni nazionali. In molti casi, l’adeguamento degli scaglioni ha portato i Comuni a modificare le aliquote per garantire l’invarianza di gettito e non penalizzare i bilanci, portando a rincari per alcune fasce di reddito. Ad esempio, alcuni Comuni hanno aumentato lievemente l’aliquota minima o la fascia esente.

I tagli di spesa

Il boom delle entrate fiscali si aggiunge al flusso di liquidità arrivato da Bruxelles nelle casse dell’Erario italiano con il Pnrr.  di cui si sa poco o niente sulle modalità con cui è stato speso e impiegato, ma che ha sostenuto un Pil ormai ridotto a zero sotto il peso del crollo della produzione agricola e industriale, mentre l’economia sommersa e illegale cresce e tocca i 217 miliardi nel 2023 con un aumento in un anno del 7,5%. Un serbatoio di evasione e lavoro nero che non sembra però interessare il ministro dell’Economia, che per centrare gli obiettivi del suo “fabbisogno” ipertrofico, ricorre anche a tagli di spesa a danno di welfare, ministeri, enti locali e pensioni, nonostante un’inflazione a due cifre scarsamente compensata dai contratti che ne ha già falcidiato i bilanci.

L’Italia inoltre è fanalino di coda nella Ue anche per l’impiego dei fondi europei: ha speso finora solo il 7,6% dei quasi 74 miliardi pianificati in sette anni per le politiche di coesione. 

Mentre il governo parla di “nessun nuovo taglio in manovra”, i Comuni denunciano una riduzione della capacità di spesa per gli investimenti a causa di obblighi di accantonamento e tagli a fondi specifici, che si attestano sui 360 milioni di euro per il solo 2026 (260 milioni di accantonamento più 100 milioni per la progettazione), cui si sommano i definanziamenti per le infrastrutture.

Per quanto riguarda i contributi regionali agli investimenti è stato calcolato che i Comuni contribuiscono al taglio complessivo per il periodo 2025-2029 per un totale di 1.350 milioni di euro, che si somma a tagli precedenti di circa 739,6 milioni (totale oltre 2 miliardi).

Si segnala anche che il totale dei tagli agli investimenti dei Comuni (inclusi i fondi veicolati dalle Regioni, “medie opere”, “piccole opere” e progettazione) fra il 2025 e il 2029 è stimato in circa 3,2 miliardi di euro complessivi.

La Legge di Bilancio 2026 prevede inoltre tagli ai ministeri per un totale di 7,5 miliardi di euro nel triennio 2026-2028.

Condono e mance ai più ricchi

Paradossalmente anche l’ennesimo condono varato da questo governo, la Rottamazione-quinquies delle cartelle, ha un costo.

​Secondo quanto riportato nelle prime analisi e nelle relazioni tecniche che hanno accompagnato il Disegno di Legge di Bilancio 2026, l’impatto complessivo della rottamazione per il bilancio dello Stato, considerando la riduzione della riscossione ordinaria, è previsto come negativo nel saldo finale.  Si stima un costo complessivo (impatto negativo) di circa 790 – 800 milioni di euro sull’intero periodo di validità della misura, che dovrebbe estendersi fino al 2035.

Il gettito atteso dalla Rottamazione-quinquies (circa 9 miliardi di euro tra il 2026 e il 2035) non sarà sufficiente infatti a compensare la riduzione della riscossione ordinaria che si verifica a causa dell’adesione alla sanatoria (stimata in circa 9,78 miliardi di euro). Nel conto delle perdite si somma anche la riduzione dell’aggio per l’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Ma la misura della Legge di bilancio 2026 che produce gli effetti finanziari maggiori è quella che interviene sulla scala delle aliquote dell’Irpef.  “A seguito della misura proposta e guardando alla distribuzione dei redditi Irpef – – osserva la Corte dei Conti – come desumibili dalle ultime statistiche rese disponibili dal Dipartimento delle Finanze del Mef, oltre il 44 per cento delle risorse a ciò destinate è riferibile a contribuenti con reddito compreso tra 50 e 200 mila euro”. Inoltre, proseguono i magistrati contabili, il correttivo previsto per i redditi superiori a 200 mila euro agisce solamente per i contribuenti ad alto reddito che presentano valori positivi delle detrazioni per oneri soggette alla misura, sarebbe comunque garantito il risparmio di 440 euro ad una quota di contribuenti con reddito superiore a 200 mila euro”.

L’intervento propagandistico del governo Meloni in realtà accresce l’iniquità del prelievo e si connota come l’ennesima, iniqua toppa a colore su una trama del sistema fiscale ormai logora e sbrindellata da centinaia di interventi di sconto o esenzione a favore di questa o quella categoria che in qualche caso sono risultati addirittura “ad personam”.

Una pioggia di regimi speciali e mini tasse

La manovra dispone l’introduzione di ulteriori regimi fiscali agevolati. Per gli aumenti previsti da rinnovi contrattuali siglati nel biennio 2025-2026 a patto che il reddito non superi i 33mila euro stanzia 640 milioni. Riduce all’1% l’imposta sostitutiva sui premi di risultato e la distribuzione di utili ai lavoratori (170 milioni) e introduce una ennesima flat tax del 15% su maggiorazioni e indennità per lavoro notturno e festivo per chi guadagna meno di 40mila euro.

Poi due riappaiono grandi classici per fare cassa in modo sicuro: aumentano le accise sui tabacchi (sono attesi 213 milioni) mentre l’allineamento in alto delle accise del gasolio a quelle della benzina porterà 552 milioni. Chi compra e vende azioni (ma solo italiane) vedrà raddoppiare l’aliquota della Tobin tax. L’obiettivo per questa ultima misura è  incassare 337 milioni in più all’anno, mentre chi realizzerà plusvalenze sulle criptovalute, escluse solo le “stablecoin” in euro, porterà all’Erario 7 milioni in più, versando un’aliquota del 33% contro il 26% attuale.

Il nuovo contributo di 2 euro sui piccoli pacchi (ma solo quelli spediti da paesi extra Ue) graverà per 122 milioni. La manovra introduce poi un acconto dell’85% del contributo sui premi delle assicurazioni di auto e barche.

Gli aggravi sulle imprese

Le imprese hanno ottenuto che “plastic tax” e “sugar tax” siano ancora una volta rinviate di un anno. Ma viene ridotta la possibilità di rateizzazione pluriennale delle plusvalenze da cessioni di beni, anticipando il momento in cui il guadagno concorre all’imponibile: 490 milioni. Altri 240 arriveranno dall’innalzamento al 21% dell’imposta sulla rivalutazione di terreni e partecipazioni. Viene poi rinnovata la possibilità di affrancare le riserve in sospensione d’imposta pagando una aliquota sostitutiva del 10%, per un maggiore incasso stimato in 420 milioni.

Per banche e assicurazioni arriva l’aumento di 2 punti dell’aliquota Irap (962 milioni) accompagnato dalla possibilità per gli istituti di non pagare il precedente contributo sugli extraprofitti versando un’aliquota del 27,5% (il che dovrebbe portare 1,65 miliardi di gettito) e dalla riduzione della percentuale di deducibilità delle perdite pregresse (1,49 miliardi).

Rimangono e si stringono ulteriormente i nodi risolti

Un recente rapporto dell’Eu Tax Observatory, mostra che la quota di reddito effettivamente prelevata da tutte le imposte è abbastanza stabile e persino moderatamente progressiva per circa il 90% della popolazione, ma si riduce in modo significativo per il top 7% e in modo ancora più marcato per l’1% più ricco. Per quest’ultima fascia, l’aliquota effettiva media scende infatti al di sotto della media nazionale, attestandosi attorno a valori dell’ordine del 32-33%, mentre per la maggioranza dei contribuenti si aggira intorno al 50%. In sintesi, chi è più ricco paga, in proporzione al proprio reddito complessivo, meno di chi si colloca nella fascia medio-alta dei redditi da lavoro.    

Il rapporto suggerisce possibili indirizzi per una riforma coerente:

riunificare e far confluire, almeno in parte, il trattamento dei redditi da capitale con l’imposta personale progressiva;

rafforzare la tassazione delle plusvalenze realizzate e non solo dei redditi ordinari;

ridurre il carico sul reddito da  lavoro e da pensione, compensandolo con una maggiore tassazione sui grandi patrimoni, sulle rendite e sulle successioni elevate, rivedendo le aliquote e la loro progresssione e allargando le basi imponibili.

potenziare adeguandola ai nuovi strumenti tecnologici la capacità di calcolo, controllo e accertamento delle Agenzie fiscali

La proposta per una futura e inevitabile riforma complessiva del sistema fiscale italiano non può che ripartire da qui: azzeriamo tutto e ricominciamo a ragionare, da capo e senza tabù ideologici.

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