Non solo isole tropicali e nazioni esotiche: anche nel Vecchio Continente esistono nazioni a zero imposte e sistemi con tassazione fortemente agevolata. E che, nonostante gli sforzi di Ue e Ocse, continuano ad alleggerire indirettamente i bilanci pubblici
In principio furono i “Panama Papers”. Esattamente dieci anni fa, nel 2016, un consorzio di giornalisti investigativi scoperchiò quello che molti considerarono un vero vaso di Pandora. Analizzando 11,5 milioni di documenti confidenziali creati dalla Mossack Fonseca, uno studio legale panamense che forniva servizi a oltre 214mila società offshore, emerse un sistema di elusione ed evasione fiscale su larga scala utilizzato da multinazionali, grandi patrimoni, aziende e uomini politici nei cosiddetti paradisi fiscali. Uno scandalo globale che portò al centro del dibattito pubblico un nodo fondamentale: nell’epoca dell’austerità e dei bilanci statali quasi sempre in rosso, per molti il fisco nazionale semplicemente non esisteva.
A distanza di dieci anni, al netto delle riforme globali e nazionali introdotte nel frattempo, la situazione non è migliorata molto. Secondo uno studio della Cgia di Mestre, i paradisi fiscali sono costati all’Italia circa 10 miliardi di euro di mancato gettito nel solo 2024. E per pagare poche tasse – o non pagarne affatto – non serve volare dall’altra parte del mondo.
Perché Montecarlo è diventato il paradiso dei Vip
Partiamo subito da una distinzione fondamentale: non tutti gli Stati con una fiscalità agevolata possono essere definiti paradisi fiscali. Con questa espressione l’Ocse indica giurisdizioni caratterizzate da imposte molto basse o nulle, scarsa trasparenza, assenza di una reale attività economica e limitato scambio di informazioni con le autorità fiscali estere.
Oggi in Europa quasi nessun Paese soddisfa pienamente tutti questi criteri. Eppure esistono ancora Stati che consentono a grandi patrimoni e multinazionali di beneficiare di regimi fiscali estremamente vantaggiosi.
È il caso del Principato di Monaco, che non prevede imposte sul reddito per le persone fisiche residenti. Avete presente l’Irpef? Ecco, dimenticatela. Non a caso tra i residenti del Principato figurano personalità come Jannik Sinner, Flavio Briatore e Lewis Hamilton. Chiariamo subito: non si tratta in alcun modo di evasione fiscale, ma di persone che beneficiano dei vantaggi offerti dalla residenza monegasca. Inoltre, a Monaco non esiste una tassa sulle plusvalenze finanziarie, mentre in Italia l’aliquota ordinaria è del 26 per cento.
Così Lussemburgo è diventato il cuore finanziario d’Europa
Se Montecarlo rappresenta una sorta di paradiso fiscale per le persone fisiche, il Lussemburgo lo è storicamente per le grandi aziende. A differenza del Principato, il Granducato è uno dei Paesi fondatori dell’Unione europea e nel tempo ha costruito un sistema fiscale e societario che lo ha trasformato in uno dei principali centri finanziari del Vecchio Continente.
Il Lussemburgo è diventato uno dei grandi hub europei delle holding grazie alle SOPARFI (Société de Participations Financières), società che consentono a multinazionali e grandi famiglie industriali di gestire partecipazioni internazionali con una tassazione particolarmente favorevole. In molti casi dividendi e plusvalenze provenienti da società controllate estere possono beneficiare di ampie esenzioni fiscali, permettendo di concentrare nel Granducato parte dei profitti globali dei gruppi societari. Tra le aziende italiane con strutture societarie o holding in Lussemburgo vengono spesso citate, ad esempio, Ferrero ed EssilorLuxottica.
Dal Liechtenstein all’Isola di Man: i territori europei dove il fisco resta ultra-leggero
Tra le giurisdizioni europee a fiscalità particolarmente vantaggiosa figurano anche Liechtenstein e Andorra. In passato questi piccoli Stati erano noti soprattutto per l’elevata riservatezza bancaria e societaria, che attirava capitali stranieri grazie a una pressione fiscale molto ridotta. Negli anni, però, le regole sulla trasparenza e sullo scambio di informazioni fiscali si sono irrigidite.
Oggi il Liechtenstein ha puntato soprattutto sulla finanza internazionale, sugli investimenti e sul settore delle criptovalute, con un quadro normativo tra i più favorevoli d’Europa. Andorra mantiene invece una fiscalità molto competitiva rispetto agli standard europei, mentre regimi vantaggiosi per nuovi residenti e imprese sono presenti anche a San Marino.
Un discorso a parte riguarda le Channel Islands – Jersey e Guernsey – e l’Isola di Man. Non fanno parte né del Regno Unito né dell’Unione europea, ma sono “dipendenze della corona britannica” con ampia autonomia fiscale. Qui molte società beneficiano di un’aliquota sugli utili pari allo zero per cento, a cui si aggiunge l’assenza di imposte sulle plusvalenze in numerosi casi.
L’Isola di Man, in particolare, è diventata negli anni uno dei principali hub mondiali del betting online e dell’eGaming grazie a una fiscalità estremamente favorevole e a una regolamentazione molto flessibile per gli operatori del settore.
Dall’Olanda all’Irlanda: così il dumping fiscale mina le basi della Ue
Non ci sono però soltanto i piccoli Stati. Anche Paesi molto più grandi, pur senza arrivare ai livelli delle giurisdizioni offshore più estreme, vengono spesso accusati di praticare “dumping fiscale”, cioè una forma di concorrenza fiscale aggressiva all’interno dell’Unione europea.
È il caso dell’Irlanda. Dublino ha costruito il proprio modello economico a partire dagli anni Novanta attirando le grandi multinazionali tecnologiche con un’aliquota sulle società del 12,5 per cento e regimi fiscali molto favorevoli. Il caso più noto è quello di Apple: secondo la Commissione europea, grazie a specifici accordi fiscali la società arrivò a pagare in alcuni anni un’aliquota prossima allo zero sugli utili europei. Dopo una lunga battaglia legale, nel 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha confermato il recupero di 13 miliardi di euro di tasse arretrate richiesto da Bruxelles.
Negli ultimi anni, anche sotto la pressione internazionale e con l’introduzione della Global Minimum Tax, il sistema irlandese è stato in parte corretto. Tuttavia Dublino resta ancora oggi la sede europea di colossi come Google, Meta, Apple e LinkedIn, grazie a un mix di fiscalità favorevole, lingua inglese e accesso diretto al mercato unico europeo.
Un altro caso spesso citato è quello dei Paesi Bassi. L’Olanda non punta tanto su aliquote particolarmente basse quanto su un sistema fiscale e societario che per anni ha trasformato il Paese in uno dei principali snodi finanziari globali. Attraverso holding e società con presenza operativa talvolta limitata, dividendi, royalties e plusvalenze possono transitare con una tassazione molto ridotta grazie a una vasta rete di trattati fiscali internazionali e a regimi favorevoli sulle partecipazioni societarie.
Un caso emblematico è Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann, trasferita ad Amsterdam nel 2016. Gran parte delle attività industriali del gruppo resta legata all’Italia, ma la struttura olandese offre vantaggi sotto il profilo societario e fiscale.
Il paese europeo con le aliquote più basse
Ungheria, Malta e Cipro rappresentano una terza variante della concorrenza fiscale europea. Non puntano tanto su strutture sofisticate come i Paesi Bassi o sui tax ruling che hanno reso celebre il Lussemburgo, quanto su aliquote strutturalmente molto basse e regimi particolarmente favorevoli alle imprese internazionali.
L’Ungheria, con il suo 9 per cento di imposta sulle società – il più basso dell’intera Ue – ha trasformato la fiscalità competitiva in uno dei pilastri del modello economico di Viktor Orbán, opponendosi più volte ai tentativi europei di armonizzazione fiscale.
Malta è spesso considerata il caso più estremo: l’aliquota nominale sulle società arriva al 35 per cento, ma attraverso un sistema di rimborsi agli azionisti il carico fiscale effettivo può scendere intorno al 5 per cento. Cipro mantiene invece un’aliquota del 12,5 per cento e un regime particolarmente favorevole per proprietà intellettuale e holding internazionali, diventando negli anni un importante hub finanziario per capitali provenienti dall’Europa orientale e dal Medio Oriente.
Tutti e tre i Paesi hanno mostrato forti resistenze alle riforme europee sulla Global Minimum Tax e alla stretta contro la concorrenza fiscale interna all’Unione. La grande novità è arrivata infatti nel 2024 con l’entrata in vigore della tassa minima globale promossa dall’Ocse e dal G20. La riforma prevede un’imposta minima del 15 per cento per i grandi gruppi multinazionali con fatturato superiore a 750 milioni di euro: se una società paga meno in una giurisdizione a fiscalità agevolata, il Paese della casa madre può applicare un’imposta integrativa fino a raggiungere quella soglia minima.
L’obiettivo è rendere meno conveniente lo spostamento artificiale dei profitti verso giurisdizioni a fiscalità ultra-agevolata. Una vera e propria emorragia di capitali che si è trasformata, nel tempo, in un’erosione fiscale consistente che, in molte nazioni occidentali, mette a rischio anche i bilanci pubblici.












